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“Di tutte le cose che le donne possono fare nel mondo, parlare è ancora considerata la più sovversiva”.
M. Murgia
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Il burnout è come l'usura di un macchinario: arriva lenta, dopo anni di uso continuo, con qualche piccola sporadica manutenzione per evitare il tracollo che, inevitabilmente, arriverà. Ma noi non siamo macchinari. Siamo quelle sempre disponibili e disposte anche quando dentro tutto grida di no, siamo quelle presenti qualunque cosa accada, non importa se abbiamo la febbre alta, siamo quelle che “si certo l'appuntamento di oggi non era importante, posso rimandarlo”, oppure “d'accordo la doccia posso farla quando tutti dormono, meglio se la fai tu mentre io cucino...”.

La verità è che quando sta per arrivare il tracollo, se conosci il tuo corpo i segnali li percepisci chiaramente, ma spesso rimandi anche quelli perché non c'è tempo. La scorsa settimana ho avuto la febbre e, non mi vergogno di dirlo, ho sperato per giorni che mi venisse, per poter stare a letto senza dovermi giustificare né sentirmi in difetto per non aver pensato alla spesa, ai pranzi, alle cene, a miei figli, al cane e alle lavatrici. E soprattutto perché spero sempre che vivere lo stesso carico per alcuni giorni possa far capire come mi sento e quanto possa essere dura occuparsi di tutto. Ma ripetere un gesto meccanicamente, per averlo visto fare, seguendo magari delle istruzioni (basta dirlo no??) senza comprendere il lavoro di preparazione che c'è dietro, non è sufficiente a far sì che il messaggio arrivi. Infondo, spesso, siamo anche quelle che si occupano della gestione della casa, che sanno quando è ora di comprare il detersivo, di cambiare gli asciugamani, di prendere un nuovo paio di scarpe perché quello dell'anno scorso non va più bene.

A volte sento su di me quello sguardo che dice “quanto sei drammatica, ti lamenti e basta”. Vorrei rispondere che si, è vero, mi lamento spesso, forse sempre, ma è una stanchezza talmente profonda e viscerale, che non so come guarire, che poi, per la stanchezza non era sufficiente dormire?

Ma è solo uno sguardo, no? Nessuno l'ha detto, nessuno lo pensa, giusto? E allora perché te la prendi tanto? Me la prendo perché se uscissero quelle parole, almeno avrei il diritto di rispondere, di urlare la mia rabbia a pieni polmoni senza ricevere in cambio l'ennesimo sguardo di compatimento che, senza dire niente, dice sempre tutto. 

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Oggi, pensando al burnout materno, mi è tornato in mente un film. E una scena in particolare.

Una scena potentissima, che credo rappresenti metaforicamente in modo quasi perfetto il senso di devastazione, impotenza e, infine, di resa di una donna, di una madre, di fronte alla sopraffazione degli eventi.

Il film è Saving Mr. Banks. Se non lo conoscete, vedetelo: è davvero bellissimo.

In questa scena la madre della protagonista è distrutta, devastata, esausta. È notte. In vestaglia esce di casa, raggiunge un fiume e si immerge. Avanza. Continua ad avanzare senza curarsi di quello che ha intorno, determinata, sicura, ignorando perfino la figlia che la segue sgomenta.

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Sono un guscio vuoto. Non resta più niente di me. Sono un involucro senza sostanza.

Prosciugata. Arida. Vuota.

Sono qui, seduta per terra, in bagno, a guardare la mia meravigliosa bambina nella vasca. E non provo niente. Ho lo sguardo perso nel vuoto. Sento l’acqua che scorre, ma il rumore mi attraversa le orecchie senza fermarsi nella mente. Tutto, ormai, mi attraversa senza lasciare traccia.

Sto scomparendo? A volte mi sembra di sì.

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Se dico burnout, a cosa pensate?

Alle madri che “non ce la fanno”? Alle donne sempre arrabbiate, nervose, esauste per chissà quale ragione? Alle cosiddette isteriche? Forse il problema non è soltanto quanto parliamo di burnout, ma come ne parliamo. Perché troppo spesso, dietro quello che viene liquidato come un difetto di carattere, c’è qualcosa di molto più complesso.

Oggi, allora, proviamo a capire meglio di cosa si tratta e perché è fondamentale poterne parlare senza tabù. Il termine burnout deriva dall’inglese to burn out, bruciare fino a spegnersi.

Una metafora perfetta, cruda e drammatica: la fiamma che non ha più carburante, ma che nessuno si prende la briga di spegnere.

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Ho sempre pensato di essere una brava figlia. Non una figlia perfetta, certo, ma una che non ha mai dato troppi problemi. Non dico che mi aspettassi qualcosa in cambio da mia madre. Ma la fiducia, quella sì.

Poi è nato mio figlio. E tutto è cambiato. Per mia madre ho smesso di essere una persona. Una donna con le sue esigenze, i suoi desideri, la sua dignità.

Sono diventata un ruolo. Una madre. E basta.

Non le ho mai chiesto particolari aiuti, ma in ogni minima occasione è sempre riuscita a farmi sentire in colpa. Una cattiva madre.

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Oggi voglio rivolgere a tutti noi, uomini e donne, una domanda: come siamo diventati ciò che siamo? Che cosa ci ha permesso di arrivare fin qui?

Quando parliamo delle generazioni che ci hanno preceduto, tendiamo spesso a soffermarci sulle differenze. Su quanto siamo diversi dai nostri genitori e dai nostri nonni, su quanto il loro mondo fosse lontano dal nostro, su tutte quelle volte in cui ci siamo detti che noi certe cose le avremmo fatte diversamente.

Eppure, a volte, ci dimentichiamo di quel filo che continua ancora oggi, silenziosamente, ad attraversare e influenzare le nostre vite.

Quante volte sentiamo dire che i giovani di oggi possono costruirsi un futuro solo grazie alla presenza dei loro genitori e dei loro nonni?

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Sono sempre stato molto legato a mio nonno. Non perché i miei non ci fossero, ma perché con lui c’era qualcosa di diverso: niente scadenze, niente orari, e soprattutto quell’affetto e quella sensibilità che da mio padre non ho mai ricevuto. Con mio nonno ho imparato che si può perdere tempo senza colpa: un gelato alle quattro del pomeriggio, una partita a carte, o guardare insieme i cartoni animati aspettando che i miei venissero a prendermi.

Mio padre invece era diverso. Non era cattivo, né assente, ma non era mai tenero. Non c’erano abbracci, non c’erano carezze. Quando “giocava” con me, in realtà insegnava. Doveva sempre correggere, aggiungere, mostrare il modo giusto di fare. Nessun “bravo”, nessun “va bene così”. Solo il silenzio o un’altra lezione. Crescendo ho capito che non lo faceva con cattiveria, era convinto di spronarmi, di fortificarmi. Ma il risultato è stato diverso: una costante insicurezza, il bisogno continuo di conferme, e soprattutto l’idea che un uomo non dovesse mai essere fragile.

Con mio nonno era tutto il contrario. Con lui mi sentivo libero, accettato, visto. Non pretendeva che fossi il migliore, era il primo a ridere dei miei errori, a trasformarli in gioco.

Oggi che sono padre, mi scopro a oscillare tra questi due modelli. A volte sento uscire dalla mia bocca le stesse frasi di mio padre: “Non basta, puoi fare meglio.” E subito dopo mi sale la rabbia: non volevo essere così, non volevo passare questo retaggio a mio figlio.

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Oggi la mia attenzione si sposta per un attimo dalle disparità tra uomini e donne, di cui tanto parlo su queste pagine, per guardare un po’ più indietro. Alle generazioni che ci hanno preceduto.

Ma non voglio soffermarmi sull’eredità che abbiamo ricevuto, nel bene e nel male. Voglio parlare di quanto quei modelli, quelle convinzioni, quel modo di vedere la vita continuino ancora oggi a pesare sulla nostra.

Avete presente la frase: “Quando voi eravate piccoli, noi non eravamo così”?

Se siete genitori, probabilmente l’avete sentita almeno una volta.

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A volte devo mettermi di grande impegno per ricordarmi quando è stata l'ultima volta che ho fatto qualcosa per me stessa senza sentirmi in colpa. E la cosa peggiore è che la maggior parte delle volte non ne ho memoria.

Mi ci sono voluti tanti anni di terapia, tanti strati tolti, di cui mi sono resa conto di essermi avvolta, solo perché realmente non sapevo come altro avrei potuto, e dovuto, fare.

A parole è una passeggiata: serve solo smettere di raccontarsi storie sulla propria vita. Quella stessa vita che mi ha risucchiata, portandomi da una parte all'altra del mondo senza darmi il tempo di capire cosa volevo costruire, perché era già ora di muovere le tende.

Poi, a un certo punto, ho capito che avrei dovuto guardare le cose attraverso un filtro diverso. Non più spinta dalla ricerca della risposta alla domanda: "Perché devono capitare tutte a me?", ma cambiando la domanda in: "Cosa mi sta dicendo tutto questo?"

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C’è una bellissima canzone con una frase che mi torna sempre in mente quando sento le donne lamentarsi del fatto di non avere mai uno spazio tutto per sé. La frase dice: “I need a little room to breathe.” Secondo me è un’immagine chiarissima. Semplice, diretta. Spiega perfettamente come si sente una donna nel suo costante ruolo di moglie, madre, compagna, donna perfetta.

Indispensabile. Insostituibile. Sempre presente. Sempre richiesta.

L’altra immagine che mi trasmette questa frase è quella di una donna che, una volta raggiunto l’esaurimento, non ha più bisogno di quella piccola stanza per respirare, ma per urlare.

Urlare a squarciagola. Senza un cuscino premuto sulla bocca. Urlare per riprendersi il proprio spazio.

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Stasera, tre ragazze, tre amiche, mogli e madri apparentemente perfette, ma ognuna stanca a modo suo, si incontrano sul lungomare in quella che forse è la prima vera sera d’estate dopo mesi di pioggia, delusioni e giornate infinite.

Davanti a focacce e frisceu la lingua scorre fluida come la birra ghiacciata nelle caraffe di vetro. Libera, pungente, leggera.

Ogni risata è una ventata d’aria fresca che spazza via stanchezza, pensieri e forse, perché no, anche qualche ruga di troppo.

La mia schiettezza nel parlare della mia crisi matrimoniale, senza vergogna e senza paura del giudizio. La tenerezza della mia amica ancora innamorata di suo marito come ai tempi del liceo, ma tradita dalle rughe di una madre stanca e da un lavoro che non la rende felice.

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Perché si parla tanto dell’importanza di avere un proprio spazio? Nella coppia, in famiglia, nella vita in generale. E perché questo spazio diventa così importante per una donna? Ci avete mai pensato? E cosa vuol dire davvero “prendersi un po’ di spazio per sé”? Uscire a fare un giro? Andare a cena con le amiche?

Potersi chiudere in bagno per cinque minuti senza essere chiamate per una fantomatica emergenza?

Forse lo spazio personale a volte è anche solo una condizione mentale di serenità, di pace, che si può ritrovare nelle piccole cose: in un gesto, in un abbraccio, in un respiro.

È ricordarsi di prendersi cura di sé stesse e fermarsi un attimo.

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Sta arrivando l’estate. Dovrei essere felice e invece, ogni anno, mi viene l’angoscia.

L’angoscia di andare al mare e mettere il costume. Non mi riconosco più. E non è solo perché non ho più vent’anni, ma perché con la vita che faccio come potrei mantenermi in forma? Sono sempre al lavoro, mangio in fretta, mangio male. Sì, molte mie amiche che a quarant’anni hanno ancora il fisico da ragazzine. Vanno in palestra, mangiano sano. Io non riesco.

E non ho nemmeno la “scusa” di mia sorella, che ha avuto due figli. Ho la pancia. Non se ne va.

E io non mi riconosco più allo specchio.

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Quand’è stata l’ultima volta che vi siete guardate davvero allo specchio?

Non di passaggio mentre uscivate di casa o mentre vi struccavate di corsa prima di andare a letto. Nude, di fronte allo specchio, a guardarvi interamente senza filtri. Senza abbassare la luce. Senza distogliere lo sguardo. Guardandovi e apprezzandovi per quello che vedevate riflesso.

Se ci state ancora pensando, allora è passato troppo tempo.

Ma la vera domanda è un’altra: ci siete mai riuscite davvero? Vi siete mai guardate senza giudicarvi? Senza sentirvi sbagliate? Senza pensare: “Dove sono finita?”

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È difficile accettare un corpo che cambia. Perché equivale a mettersi nei panni di un'altra donna, quella che stai diventando.

La forma fisica dei venti, trent'anni è solo un doloroso ricordo.

La trasformazione più bella per me è stata con la gravidanza: gli ormoni e la pancia che cresce mi facevano risplendere, mi sentivo bella e piena di energia, con quelle rotondità giuste che mi donavano.

Dopo la gravidanza ci ho messo un po' a riprendere la mia forma fisica asciutta, ma non è stato difficile.

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Oggi voglio parlare della metamorfosi. Non quella affascinante che avviene in natura, ma quella del corpo della donna. Quella trasformazione spesso irreversibile che soprattutto gravidanza e parto ti lasciano addosso.

Il segreto di Pulcinella che nessuno osa descrivere a una puerpera.

Avete presente quelle famose frasi tipo: “la gravidanza è un periodo meraviglioso”, “ti mancherà la pancia” o ancora: “la donna in gravidanza ha una luce particolare”? Benissimo. Non dico che non sia vero.

Ma mi domando perché nessuno dica mai, con brutale sincerità, quello che succede dopo.

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Quando torni a casa dopo il parto, pensi che la parte difficile sia passata. Poi scopri che non è così.

Il primo mese passa lentamente, tra notti insonni, albe mai viste prima, pianti inconsolabili senza sapere cosa fare. Ore e ore seduta ad allattare, a combattere per avviare l’allattamento, che è tutt’altro che facile.

Perché diciamolo: quando esci dall’ospedale sei sola.

Se puoi permettertelo, fai venire a casa una consulente che resta un’ora. Poi di nuovo sei tu e lui. Tra sete e lacrime.

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Se pensiamo a una neomamma, cosa ci viene in mente? L’immagine di una donna sorridente con il suo bimbo tra le braccia. Magari mentre lo allatta, lui con le gote rosa e lei con lo sguardo sognante perso nei suoi occhi. Una madre circondata dal marito, dai nonni, dagli amici, tutti lì a congratularsi e a dare una mano.

Ma se provassimo a guardare quell’immagine da un’altra angolazione? Cosa vedremmo davvero? Forse una donna che si sente sola. Smarrita. Sopraffatta.

La solitudine non è un sentimento che associamo spontaneamente alla maternità.

Eppure, diventare madre è una delle esperienze che può farti sentire più sola al mondo. Perché sei tu quella che si è trasformata, nel corpo e nello spirito. Sei tu quella che ha lasciato la vita di prima, quella che deve fare i conti con le notti spezzate e con giornate intere che sembrano non finire mai. Sei tu che, in un modo o nell’altro, diventi il primo riferimento.

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Il senso di solitudine che provo da quando sono diventata madre è talmente stridente rispetto al frastuono della mia quotidianità.

Le voci dei bambini che mi chiamano continuamente, il disordine, la TV accesa con i cartoni animati, il frastuono del mio carico mentale, in contrasto con il silenzio tombale di questi momenti in cui mi ritrovo nel letto da sola e mi rendo conto di non avere altro che questo.

Questi momenti silenziosi, per me, alla fine della giornata, che da un lato benedico, dall’altro mi fanno sentire sola.

A parte i bambini non ho nessuno.

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Oggi mi sono ritrovata a riflettere sulla condizione di solitudine della donna.

Ci avete mai pensato?

Quella costante sensazione di volere ma non potere, di muoversi dentro una battaglia silenziosa di autoaffermazione che sembra non finire mai. Voler essere incisiva al lavoro senza essere etichettata come aggressiva, voler stare bene nel proprio corpo senza dover inseguire un ideale perfetto, desiderare libertà e leggerezza ma continuare a sentirsi osservate, giudicate, misurate.

Ci muoviamo dentro regole non scritte: essere presenti ma non ingombranti, brillanti ma non troppo, autonome ma sempre disponibili. Dire sì senza sembrare arrendevoli, dire no senza essere percepite come fredde.

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Sono sempre stata la prima della classe. Una delle più brave a scuola, all’università. In famiglia ero quella che prendeva i voti più alti. Sono cresciuta con l’idea che l’impegno portasse davvero a qualcosa. Che nella vita si andasse avanti per merito.

Poi sono entrata nel mondo del lavoro e ho avuto una cocente delusione.

Non ero l’unica donna, ma era evidente fin da subito che la competenza degli uomini fosse data per scontata. La mia no.

Io dovevo dimostrare tutto, continuamente.

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Avete notato che quando ci si trova in un ospedale, in un laboratorio o in qualunque ambiente sanitario, se a indossare il camice è un uomo scatta automatico il “mi scusi Dottore”, mentre se a portarlo è una donna, soprattutto se giovane o tirocinante, diventa subito “signora” o “signorina”?

E questo a prescindere dai titoli, dal contesto o da qualsiasi forma di logica condivisa.

Lo stesso copione si ripete altrove.

Se una donna entra da Bricoman, sì proprio Brico Man e non Brico Woman, per comprare un avvitatore o un martello, ecco che il commesso attiva la modalità spiegazione semplificata. Frasi lente, metafore creative, oggetti ribattezzati con nomi più “comprensibili”, perché evidentemente una presa shuko detta così suona troppo impegnativa per chi, si sa, dovrebbe occuparsi di altro.

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Io sono l’uomo di casa.

O almeno, così sembra voler dire la società quando prova a etichettarci: io “quella che porta i pantaloni”, mio marito “il mammo”. Eppure, per molto tempo ho pensato che la nostra fosse semplicemente una forma diversa di equilibrio. Io con una carriera che mi porta spesso a lavorare fino alle 20.00, a volte anche nei weekend; lui con un part time che gli permette di stare più vicino a nostro figlio.

Quando è nato Giulio mi sono detta che eravamo fortunati: il lavoro di mio marito ci avrebbe aiutati a gestire la quotidianità senza che io dovessi rinunciare a ciò che avevo costruito.

Amo mio figlio, ma amo anche il mio lavoro. Ho un ruolo di responsabilità e richiede presenza, energia, tempo. Non ho dovuto scegliere tra essere madre e continuare a crescere professionalmente, e questo per me ha sempre avuto un grande valore.

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Avete mai fatto caso a quante volte si sente dire che ormai la parità è stata raggiunta?

Che oggi le donne possono fare tutto quello che fanno gli uomini e che quindi continuare a parlare di femminismo o di gender gap sia solo l’ennesima lamentela di donne eternamente insoddisfatte.

Eppure basta fermarsi un momento a osservare come funziona davvero la società per accorgersi che le condizioni di partenza restano tutt’altro che uguali.

Parliamo continuamente di parità, di libertà di scegliere chi essere, ma nella pratica le regole del gioco raccontano ancora un’altra storia. Non solo nelle mentalità, ma nelle strutture stesse: congedi non paritari, aspettative lavorative sbilanciate, carichi familiari che sulla carta sembrano condivisi e nella realtà ricadono quasi sempre sugli stessi.

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