Quando torni a casa dopo il parto, pensi che la parte difficile sia passata. Poi scopri che non è così.
Il primo mese passa lentamente, tra notti insonni, albe mai viste prima, pianti inconsolabili senza sapere cosa fare. Ore e ore seduta ad allattare, a combattere per avviare l’allattamento, che è tutt’altro che facile.
Perché diciamolo: quando esci dall’ospedale sei sola.
Se puoi permettertelo, fai venire a casa una consulente che resta un’ora. Poi di nuovo sei tu e lui. Tra sete e lacrime.
Ricordo una notte buia, in cui non riuscivo a calmarti in nessun modo. Una doccia fredda. Febbre alta.
Nel cuore della notte siamo corsi in ospedale: un’infezione. Eri troppo piccolo e ci hanno ricoverato.
Io, che fino a quel momento avevo sempre avuto tuo papà accanto, mi sono ritrovata da sola con te in una stanza.
Sette lunghissimi giorni. Le tue lacrime ad ogni prelievo, il mio sorriso finto che si sgretolava dentro.
Mai avrei immaginato che sentirti piangere potesse farmi così male. Vedevo tuo padre solo due ore al giorno, e la doccia era un lontano ricordo.
Le notti infinite. Dormivi poco. Piangevi tanto.
L’umanità era rimasta fuori da quella porta.
Ero a pezzi.
Mai, mai nella vita avevo provato un senso di solitudine così profondo. Un macigno che ancora oggi non riesco a togliere dalla mia valigia.
Finalmente torniamo a casa.
Cerco di costruire una nostra routine: giochi, canzoni, abbracci.
Sono passati due mesi, ma siamo ancora una cosa sola.
Mangiavi tanto. Crescevi poco. È iniziata così la spirale del latte artificiale.
E se non avessi abbastanza latte?
Se non fosse abbastanza nutriente?
Ogni settimana eravamo al centro allattamento. Faceva male vedere le altre mamme allattare serene. Io combattevo, poi cedevo al biberon. Ma continuavo. Non mollavo.
Anche se tutti mi dicevano di lasciar perdere.
Perché insistevo? Perché era importante?
Mi ci sono voluti mesi per capirlo. Era l’unica cosa che potevamo fare solo io e te. Una nostra stanza della pace, dove il mondo restava fuori.
Poi ho mollato.
Per non vederti più disperato.
Quanto mi è costata quella scelta lo so solo io.
I giorni passano. I pensieri restano. Dormi quando dorme lui, mi dicevano.
Ma come si fa?
Faccio fatica a dormire la notte, figuriamoci di giorno. Tanti dubbi.
Tornare a lavoro mi paralizza.
Non voglio più essere quella che non c’è perché è di turno.
Non voglio lasciarti al nido e vederti solo la sera.
Non voglio perdermi Natale, Pasqua, i compleanni.
Non voglio perdermi la straordinarietà dei giorni normali.
Non voglio perdermi la meraviglia di vederti crescere.
È strano, però.
Con te mi sento sola e completa allo stesso tempo.
Forse è questa la più grande contraddizione della maternità.
E forse, è proprio in questa solitudine condivisa che ho capito cosa significa davvero essere madre.
Martina