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“Ciò che si vede dipende da come si guarda. Poiché l'osservare non è solo un ricevere, uno svelare,
ma al tempo stesso un atto creativo.”
Søren Kierkegaard
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IL PUNTO DI VISTA

Capire davvero qualcosa, un’emozione, una reazione, una dinamica, a volte richiede uno sguardo diverso.

Da questa esigenza nasce Il punto di vista: lo spazio di The Seahorse dedicato agli approfondimenti di uno/a psicoterapeuta, sulle tematiche del blog.

Riflessioni scomode, punti incisivi, chiavi di lettura che aprono nuove domande. Perché a volte, cambiare angolazione, può fare la differenza.


Cambia prospettiva! Leggi Il punto di vista!

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Quando un bambino si siede davanti a un foglio bianco per disegnare sé stesso, la scelta del punto in cui posizionare la matita non è mai casuale. La psicologia dello sviluppo ci insegna che l'uso dello spazio sul foglio – se ci si colloca al centro, confinati in un angolo o quasi invisibili sul margine – racconta la primissima mappa della nostra storia relazionale e del valore che sentiamo di avere nel mondo. Crescendo, questo posizionamento si traduce nel modo in cui muoviamo il nostro corpo e rivendichiamo, o cediamo, i centimetri fisici attorno a noi.


1. Lo spazio che occupiamo nel mondo

Lo spazio che ci è stato permesso o negato di occupare dal punto di vista relazionale ed emotivo si riflette, infatti, sulla nostra postura e sul modo in cui utilizziamo lo spazio fisico. Dice molto di noi il punto in cui scegliamo di sederci in una stanza, o quanto spazio occupiamo con il corpo. Escludendo specifiche condizioni mediche, una persona che tende a mantenere le spalle curve e una postura di chiusura potrebbe portare impressa la memoria somatica di una storia in cui ha dovuto spesso restringersi per non dare fastidio, o in cui le è stata fatta provare ripetutamente vergogna.

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Abitare uno spazio femminile oggi è ancora un atto di ribellione. Faticosa.


Il corpo femminile è, per sua natura, una geografia in costante mutamento, un territorio che attraversa stagioni repentine e risonanze profonde. Non si tratta solo dei grandi spartiacque che ridefiniscono l'esistenza — la pubertà, la metamorfosi destabilizzante della gravidanza e della maternità, la menopausa — ma di una fluttuazione che si rinnova anche ogni singolo mese.

Eppure, l’ambiente culturale e performance-based in cui siamo immerse, esige una stabilità emotiva e una costanza estetica assolutamente lineari. Tutto il resto deve essere ricacciato nel privato, nascosto come un tabù o derubricato a "isteria" e debolezza. Questa negazione quotidiana dei nostri ritmi biologici, anche auto imposta, è una forzatura silenziosa che perpetuiamo cercando di uniformarci a un modello maschile di produttività, e che finisce per creare una frattura tra ciò che sentiamo e ciò che mostriamo.

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La condizione femminile contemporanea può essere letta come una continua negoziazione tra aspettative sociali, identità personale e riconoscimento relazionale.

Il disagio non nasce soltanto dall’interiorità dell’individuo, ma dal modo in cui le persone costruiscono significati attraverso le relazioni quotidiane. La donna, oggi, si trova spesso immersa in una rete di richieste implicite: essere competente ma rassicurante, autonoma ma accogliente, presente per gli altri senza sottrarre spazio ai bisogni altrui. Questa pressione costante produce una forma di isolamento emotivo che non dipende semplicemente dall’assenza di persone, bensì dalla difficoltà di sentirsi realmente riconosciute nella propria esperienza.


La maternità amplifica ulteriormente questo fenomeno. Attorno alla figura materna continua a esistere una rappresentazione idealizzata fatta di dedizione spontanea, equilibrio naturale e felicità immediata. Tuttavia, la realtà relazionale è spesso diversa: la donna attraversa trasformazioni profonde mentre il contesto continua a considerarla principalmente in funzione del ruolo che svolge. In qualche modo tutti i ruoli che prima la donna poteva ricoprire convergono e si cristallizzano nell’unico ruolo possibile: quello della madre.

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C’è un momento, spesso invisibile, in cui le traiettorie iniziano a differenziarsi. Non è una scelta esplicita, né un evento clamoroso: prende forma nelle pratiche quotidiane, nei modi in cui le persone vengono riconosciute, interpellate o messe alla prova.

È qui che si costruisce una particolare configurazione di realtà, cioè il modo concreto e condiviso in cui funzionano le cose ogni giorno: abitudini, aspettative e significati che rendono alcune possibilità naturali e altre fuori posto.

Non si tratta di regole scritte, ma di ciò che viene dato per scontato e che orienta i comportamenti senza bisogno di essere esplicitato.


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Esistono decisioni che sembrano personali ma che, osservate da vicino, raccontano qualcosa di più grande, perché non riguardano solo chi le prende ma il sistema di aspettative in cui nascono. Molte donne conoscono bene questa sensazione: trovarsi davanti a una scelta e percepire, anche senza che nessuno lo dica apertamente, che qualunque strada si prenda avrà un costo.

Un costo particolare, raramente nominato, ma che produce effetti reali.

Non si tratta necessariamente di una proibizione esplicita, né di qualcuno che dica chiaramente “non puoi”. Più spesso è qualcosa di molto più sottile: un insieme di abitudini sociali, consuetudini relazionali e ruoli dati per scontati che orientano le decisioni prima ancora che diventino pienamente consapevoli.


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C’è una forma di competizione che attraversa la maternità come una corrente sotterranea. Non fa rumore, non viene dichiarata apertamente, e i cui risvolti si avvertono realmente, pur rimanendo impliciti. È fatta di sguardi, di domande che sembrano innocue, di frasi buttate lì “senza cattiveria”.

È la gara tra madri. Una gara che nessuna ha ufficialmente deciso di giocare, ma a cui quasi tutte, prima o poi, si ritrovano iscritte. Chi ha sofferto di più. Chi ha resistito meglio. Chi ha fatto tutto “come si deve”.

Il dolore diventa una misura. La fatica una prova di valore. L’allattamento, il parto, le scelte quotidiane smettono di essere esperienze e diventano criteri di giudizio.

Come se esistesse una classifica invisibile che stabilisce chi è una madre vera e chi lo è “un po’ meno”.

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Quando parliamo di maternità, spesso parliamo di un’idea condivisa, costruita nel linguaggio e nelle relazioni più che di un’esperienza individuale.

Una narrazione condivisa, socialmente accettabile, che descrive gravidanza e parto come passaggi naturalmente felici, magici, risolutivi.

Una storia lineare, rassicurante, che promette senso e pienezza e che prende forma nelle conversazioni, nei media, nelle aspettative reciproche.

Il problema non è che questa narrazione esista. Il problema è che non lascia spazio ad altri racconti, ad altri modi di stare in relazione con l’esperienza di diventare madre. Non lascia dunque spazio a ciò che non le somiglia.

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Quando parliamo di squilibrio nella coppia, spesso ci affidiamo a una retorica antica e ormai stanca: quella che attribuisce ai ruoli un’origine quasi “naturale”, come se certe funzioni (chi si prende cura, chi gestisce) appartenessero spontaneamente a uno dei due sessi. È una narrazione che rassicura, facendoci credere che ciò che viviamo sia inevitabile.

Eppure, proprio questa narrazione ci impedisce di guardare la dinamica con occhi nuovi, alimentando l’inerzia.

Le asimmetrie raramente nascono da decisioni deliberate. Più spesso si insinuano attraverso automatismi: piccole abitudini tramandate, aspettative implicite, modi di funzionare che nessuno ha mai davvero interrogato.

Ci si ritrova in schemi che sembrano logici – “Tu sei più portato per questo” – ma che in realtà appartengono al versante socio-culturale, non a quello naturale.

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Amarsi non significa restare uguali nel tempo, ma imparare a cambiare insieme.

La coppia, più che un luogo di stabilità immutabile, è un laboratorio continuo di trasformazioni, adattamenti e nuovi equilibri. E forse è proprio qui che si nasconde la sua forza più autentica. Cosa vuol dire amarsi in coppia? Quando si parla di coppia, l’ideale culturale romantico ci descrive un’entità che resiste indissolubile allo scorrere del tempo in nome dell’amore.

Le coppie felici, secondo questo modello, sarebbero quelle che sulla soglia della vecchiaia si amano esattamente come a vent’anni. In questa visione, ciò che conta davvero è preservare la coppia e quell’amore quasi astratto che ne costituisce il fondamento.

Proviamo però a spostare lo sguardo. Non per un esercizio di stile, ma per generare davvero un modo nuovo di guardare alle relazioni.

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Quando parliamo di disparità di genere, si pensa generalmente al dislivello che pone su un “piano superiore” il genere maschile rispetto al genere femminile.

Dunque, il pensiero corre quasi sempre alle donne: stipendi più bassi, minore rappresentanza politica, difficoltà di carriera, carichi familiari squilibrati.

Eppure, se l’obiettivo è la parità, occorrerebbe spostare lo sguardo anche dall’altra parte e riconoscere che, in alcune situazioni, forse statisticamente meno significative, sono gli uomini a essere penalizzati.

Come spesso accade, l’esercizio più difficile da compiere è quello di spostare lo sguardo verso una prospettiva “altra”, che dia voce anche all’altro lato della medaglia.

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Il carico mentale per le donne si riferisce alla gestione invisibile e spesso non riconosciuta di compiti domestici, familiari e organizzativi. Include pianificazione, organizzazione e supervisione di attività quotidiane, generando stress e fatica emotiva.

È un peso spesso sottovalutato, ma molto significativo, poiché può portare a situazioni di burnout, ossia uno stato di esaurimento fisico, emotivo e mentale causato proprio dal sovraffollamento delle attività quotidiane da gestire.

Le donne, in particolare le madri, sono soggette a un carico mentale elevato, in quanto non vi è una piena condivisione delle responsabilità domestiche e familiari.

Inoltre, per il senso comune, “è normale” che la donna abbia in carico tutti gli aspetti organizzativi familiari.

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Libertà è una parola che affascina, inquieta, si fa bandiera. Eppure, raramente viene interrogata a fondo. Troppo spesso si presume che la libertà consista nello scegliere senza limiti, senza conseguenze, senza influenze.

Ma questa è un’immagine astratta e, paradossalmente, poco utile. La vita reale è fatta di legami, vincoli, ruoli sociali, aspettative, paure.Nessuna scelta, in nessun ambito dell’esistenza, avviene in un vuoto.

Non si può ignorare che molte donne si trovano ancora oggi a scegliere contro qualcosa: contro lo stigma, contro la solitudine, contro il giudizio.

Ma al tempo stesso, occorre chiedersi se la narrazione della “scelta negata” o “soffocata” non rischi talvolta di diventare essa stessa un vincolo, che definisce rigidamente il ruolo di chi subisce e di chi domina, di chi resta imprigionata e di chi (presumibilmente) gode di libertà piene e senza freni.

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Lo stereotipo o la retorica che recita che “Le donne sono nemiche tra loro” è un tema che attraversa e affligge la società da diversi secoli ormai.

Fin dall'adolescenza, le ragazze sono spesso esposte a messaggi che le portano a credere che la competizione e la rivalità siano parte integrante delle relazioni femminili, come se facessero parte universalmente della natura femminile.

Le donne, così come gli uomini, sono esseri umani e sociali complessi.

La solidarietà e la cooperazione, così come la divisione e la contrapposizione, sono delle possibilità che possono essere rintracciate negli esseri umani e le donne non fanno eccezione.

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Come si costruisce il linguaggio di coppia? Con le parole, certo, ma anche con i piccoli gesti di ogni giorno.

Nel linguaggio quotidiano il termine “gesto” si riferisce ad un’azione intenzionale o a un movimento del corpo che esprime un significato condiviso, i cui risvolti possono essere chiamati “emozioni”.

Proviamo ad immaginare un alieno che osserva un sorriso umano o un mandare a quel paese con il dito medio.

Dal suo punto di vista osserverebbe “solo” un movimento della bocca o il sollevarsi di un dito della mano; vedrebbe, cioè, solo azioni prive di alcun significato a lui comprensibile o accessibile. Non si può, dunque, parlare di gesto senza un significato che lo accompagni, prima o dopo.

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Il termine “stereotipo” si riferisce ad una rappresentazione semplificata e, talvolta errata, di un gruppo di persone o di una realtà, che non tiene conto delle singole differenze e sfaccettature.

Gli stereotipi, per i loro effetti, possono essere positivi o negativi, ma l’aspetto critico che emerge, è una generalizzazione che riduce la complessità della realtà ad una immagine uniforme e riduttiva.

Uno degli stereotipi più radicati e dannosi nella nostra società è quello che associa il ruolo della donna esclusivamente alla cura della famiglia e dei figli, mentre, l’uomo, viene visto come il principale responsabile del lavoro e delle carriere professionali.

Secondo lo stereotipo della “donna madre”, la donna non sarebbe in grado di conciliare la maternità con una carriera di successo, poiché, in quanto madre, la sua principale priorità sarebbe quella di prendersi cura dei figli, lasciando poco o nessuno spazio per il lavoro.

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Il termine perfezione deriva dal latino “Perfectum”, letteralmente “ciò che è compiuto”.

Il Perfetto, etimologicamente parlando, è da intendersi come la fine di un processo dinamico, in cui non vi è più dinamicità poiché l’obiettivo è stato raggiunto, oppure poiché non vi sono più le condizioni di esistenza del movimento dinamico.

Il “Perfectum” è arrivato a destinazione, è morto.

Le tinte musicali della lingua italiana hanno permesso, filologicamente, di connotare il termine perfetto come un qualcosa di positivo e, ogni qual volta utilizziamo questo termine, è come se condividessimo questo “effetto di positività” con i nostri interlocutori.

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Grazie” è una parola che si sente troppo spesso o troppo poco dalle nostre parti e nei nostri tempi. È un termine che è stato svuotato dal suo significato e viene utilizzato come il “salute” dopo lo starnuto. Ma cosa accade interattivamente quando ringraziamo qualcuno?

Dipende dall’interazione ovviamente. Nella comunicazione, così come in psicologia, non esistono regole definitive ed universali (anche se questa affermazione potrebbe sembrare a sua volta universale!).

Una donna che si presenta ad un colloquio di lavoro e riceve dalla parte del datore frasi del tipo “Che occhi, e che curve!” si trova ingaggiata in una comunicazione che si sposta dall’ambito professionale e verte verso la sfera personale, le famose avance. In che modo ci si può svincolare da questa situazione?

Una delle possibilità meno esplorate è quella di ringraziare e tornare a parlare di lavoro. Ringraziare in quel momento permette di “ricollocare” il datore di lavoro al suo posto, della serie “Ok, prendo quello che mi hai detto, te lo impacchetto e te lo restituisco, ora parliamo del motivo per cui sono qui, il lavoro”.

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Quale è l’importanza di un proprio, personale, gesto di libertà? Ognuno ne ha uno suo.

Qual è il gesto che più rappresenta il vostro “Stare a quattro di bastoni nel letto?” E di cosa parla questo gesto?

Questo gesto parla di noi stessi e del nostro “Ruolo personale”, parla di ciò che siamo noi quando siamo soli con noi stessi, indipendentemente dall’essere genitori, figli, fratelli, assassini o professionisti affermati.

La società di oggi ci passa l’idea che i ruoli si possano cristallizzare, ossia se diventi “mamma” allora sarai sempre e solo mamma, come se quel ruolo prendesse il sopravvento su tutti gli altri, che, automaticamente, passano in serie B.

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