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“Ciò che si vede dipende da come si guarda. Poiché l'osservare non è solo un ricevere, uno svelare,
ma al tempo stesso un atto creativo.”
Søren Kierkegaard
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IL PUNTO DI VISTA

Libertà è una parola che affascina, inquieta, si fa bandiera. Eppure, raramente viene interrogata a fondo. Troppo spesso si presume che la libertà consista nello scegliere senza limiti, senza conseguenze, senza influenze.

Ma questa è un’immagine astratta e, paradossalmente, poco utile. La vita reale è fatta di legami, vincoli, ruoli sociali, aspettative, paure.Nessuna scelta, in nessun ambito dell’esistenza, avviene in un vuoto.

Non si può ignorare che molte donne si trovano ancora oggi a scegliere contro qualcosa: contro lo stigma, contro la solitudine, contro il giudizio.

Ma al tempo stesso, occorre chiedersi se la narrazione della “scelta negata” o “soffocata” non rischi talvolta di diventare essa stessa un vincolo, che definisce rigidamente il ruolo di chi subisce e di chi domina, di chi resta imprigionata e di chi (presumibilmente) gode di libertà piene e senza freni.


La filosofa Hannah Arendt ricordava che la libertà non è un concetto individuale ma interattivo, e che riguarda il potere di “iniziare qualcosa di nuovo” dentro un mondo condiviso.

Allo stesso modo, María Zambrano, riflettendo sull’esperienza dell’esilio e dello sradicamento, parlava della libertà come capacità di dare forma alla propria voce: un esercizio lento, che passa dal riconoscimento delle proprie possibilità all’interno della storia, della cultura, della carne viva delle relazioni.


Allora, sorge spontaneo chiedersi: è davvero possibile scegliere in piena autonomia? Si può davvero pensare di agire slegati da persone, contesti, momenti storici e strumenti culturali?

Probabilmente no, se per autonomia si intende l’assenza di ogni condizionamento.

Ma forse si può parlare di libertà in modo più concreto, come capacità di orientarsi, di attribuire significato alle proprie azioni, di esercitare responsabilità creativa all’interno di uno scenario dato.

E se cambiassimo prospettiva? E se il problema non fosse tanto l’assenza di libertà, quanto l’angolo da cui guardiamo, le lenti che indossiamo, le domande che continuiamo a porci - e a porre alle altre?


Ogni narrazione è una forma di posizionamento. Ogni modo di raccontare il mondo e sé stesse mette a fuoco certe cose e ne oscura altre. Quando il racconto si fonda solo sul ciò che manca, sulla libertà come assenza di ostacoli o come sogno irrealizzato, rischia di riprodurre immobilismo e frustrazione. Quando invece si inizia a chiedere cosa si può fare qui e ora, quale margine di movimento esiste dentro le trame date, quale possibilità inedita può essere generata, allora si apre un altro campo: quello della creatività situata, della soggettività che agisce nella complessità senza negarla.


In questo senso, anche scelte apparentemente simili – come avere o non avere figli, tornare al lavoro dopo una maternità o dedicarsi alla cura – possono portare significati profondamente diversi a seconda del contesto, del vissuto personale, e delle possibilità percepite. C’è chi sceglie la genitorialità come forma di compimento, e chi ne avverte la pressione come un’imposizione travestita da scelta. C’è chi si realizza nel lavoro fuori casa e chi nella cura domestica, ma anche chi vive entrambe le cose come doveri e nessuna come possibilità di appagamento.

La libertà non sta nell’oggetto scelto, ma nel senso che si riesce a dare alla propria azione, e nel riconoscersi soggetto attivo di quella traiettoria – non decidiamo dove, ma come vestire i panni che portiamo addosso.


Judith Butler ci ricorda che ogni identità si costruisce dentro norme culturali preesistenti, ma che queste stesse norme possono essere iterate, modificate, rese porose.

È dentro le ripetizioni che si apre la crepa.

E proprio da quella crepa si intravede la possibilità di una soggettività che non è pienamente libera, ma liberante: capace, cioè di attivare una differenza.


Il contrario della libertà non è il vincolo, ma l’impossibilità di incidere sulla realtà.

Non è avere dei limiti, ma non poterne fare nulla, non potersi raccontare al di fuori di uno schema fisso.

Allora la questione forse non è solo: “Questa scelta è libera?”

Ma anche: quali storie mi autorizzo a raccontare su di me? Quali altre narrazioni posso abitare? Che nuove domande posso iniziare a pormi per spostare lo sguardo, generare alternative, rompere la logica del sacrificio obbligato o del nemico designato?


Buttare giù il recinto non basta, se restiamo immobili nel posto in cui eravamo chiuse. Forse, oggi, essere libere significa anche disertare la logica dell’opposizione (uomo contro donna, madre contro lavoratrice, desiderio contro dovere) per riconoscere che i ruoli sono spazi in trasformazione.

E che il gesto più radicale è quello che, nel silenzio quotidiano, sposta il copione.

Lo incrina. Lo riscrive. Lo apre.

Così inizia un’altra storia.

Così nasce un’altra protagonista.


Dott.ssa Chiara Maggiore, psicoterapeuta interazionista