C’è una forma di competizione che attraversa la maternità come una corrente sotterranea. Non fa rumore, non viene dichiarata apertamente, e i cui risvolti si avvertono realmente, pur rimanendo impliciti. È fatta di sguardi, di domande che sembrano innocue, di frasi buttate lì “senza cattiveria”.
È la gara tra madri. Una gara che nessuna ha ufficialmente deciso di giocare, ma a cui quasi tutte, prima o poi, si ritrovano iscritte. Chi ha sofferto di più. Chi ha resistito meglio. Chi ha fatto tutto “come si deve”.
Il dolore diventa una misura. La fatica una prova di valore. L’allattamento, il parto, le scelte quotidiane smettono di essere esperienze e diventano criteri di giudizio.
Come se esistesse una classifica invisibile che stabilisce chi è una madre vera e chi lo è “un po’ meno”.
Questa dinamica non nasce da una cattiveria individuale. Non è che le donne, improvvisamente, decidano di diventare spietate tra loro. È qualcosa che prende forma nelle relazioni, negli scambi, nei significati che la società costruisce e che noi in qualche modo interiorizziamo molto prima di diventare madri. L’identità non è mai qualcosa che costruiamo da sole. Si forma nello sguardo dell’altro. E quando lo sguardo collettivo è carico di aspettative positive o negative, il confronto diventa un terreno scivoloso. La madre ideale è ovunque: sempre presente, sempre paziente, sempre felice, sempre disposta a sacrificarsi. Un modello che non ammette sfumature. O sei dentro, o sei fuori. È qui che la competizione prende forma. Se l’essere una “buona madre” passa attraverso il sacrificio, allora chi soffre di più sembra avere più diritto di parola.
Se il dolore viene romanticizzato, resistere diventa una virtù morale. E chi fa scelte diverse non viene vista come diversa, ma come manchevole.
In questa prospettiva, l’altra madre non è più solo un’altra donna con la sua storia. Diventa uno specchio scomodo. Perché mette in discussione il senso delle nostre scelte, delle nostre rinunce, delle nostre fatiche.
E allora il giudizio diventa una strada percorribile.
Un modo per proteggere la propria identità: se io ho fatto così, allora così deve essere giusto. Provando a sganciare lo sguardo psicologico da ciò che è giusto e sbagliato, entriamo nel campo delle descrizioni. Tramite esse possiamo affermare che non è la scelta in sé a creare il conflitto, ma il significato che le attribuiamo. Parto, allattamento, lavoro, presenza: tutto viene caricato di un valore simbolico universale e non più particolare. Non descrivono più ciò che accade, ma chi siamo.
E quando l’identità entra in gioco, il confronto smette di essere dialogo e diventa giudizio.
Il paradosso è che questa competizione non rafforza nessuna. Al contrario, alimenta insicurezza. Più il modello della madre perfetta è irraggiungibile, più le donne si sentono sbagliate. E più si sentono sbagliate, più cercano conferme all’esterno. Così il giudizio sull’altra diventa un modo per calmare i propri dubbi, per sentirsi momentaneamente al sicuro. Ma il prezzo è alto. Perché dove potrebbe esserci confronto, nasce distanza. Dove potrebbe esserci solidarietà, cresce il silenzio. Molte madri imparano presto a non dire troppo, a selezionare le parole, a mostrarsi all’altezza. Non per scelta, ma per sopravvivenza relazionale. Meglio adeguarsi che rischiare di essere etichettate come madri sbagliate. Meglio essere riconosciute come qualcuno piuttosto che perdere l’identità di madre buona. In questo modo, la maternità si riempie di solitudine. Una solitudine paradossale, perché vissuta in mezzo agli altri. Tra gruppi, consigli non richiesti, opinioni fortissime. Ma senza uno spazio reale in cui poter dire: “questa cosa per me è stata difficile”. Senza dover subito specificare, giustificare, difendere.
Uscire dalla competizione non significa negare le differenze tra le esperienze. Significa restituire loro complessità. Il cambiamento passa dalla possibilità di ridefinire e rinegoziare i significati: spostare l’attenzione dal “fare la madre nel modo giusto” allo “stare nella relazione in modo utile”.
Relazione con sé stesse, con i figli, con le altre donne. Forse il gesto più radicale, oggi, non è dimostrare di essere una madre migliore. Ma permettere all’altra di essere una madre diversa. Senza classifiche, senza medaglie, senza l’illusione che esista un solo modo culturalmente legittimo di amare, accudire, crescere. Perché la maternità non è una gara: la maternità è dialogo, confronto e costruzione identitaria.
Dott. Roberto Miglietta, psicoterapeuta interazionista