Quando parliamo di disparità di genere, si pensa generalmente al dislivello che pone su un “piano superiore” il genere maschile rispetto al genere femminile.
Dunque, il pensiero corre quasi sempre alle donne: stipendi più bassi, minore rappresentanza politica, difficoltà di carriera, carichi familiari squilibrati.
Eppure, se l’obiettivo è la parità, occorrerebbe spostare lo sguardo anche dall’altra parte e riconoscere che, in alcune situazioni, forse statisticamente meno significative, sono gli uomini a essere penalizzati.
Come spesso accade, l’esercizio più difficile da compiere è quello di spostare lo sguardo verso una prospettiva “altra”, che dia voce anche all’altro lato della medaglia.
Parlando da un solo ed unico punto di vista, quello del Patriarcato, rischiamo di concorrere a mantenere le cose esattamente così come stanno: gli incarichi lavorativi di prestigio vengono affidati agli uomini, alle donne sono riservate prevalentemente le cure rivolte a casa e figli, gli uomini sono il sesso forte e pragmatico, le donne quello debole e sensibile. Così facendo, rendiamo “naturale” uno schema che invece è culturale.
E si ripropone anche laddove il potere è in mano a un sistema matriarcale: cambia la forma, non la sostanza.
Nello scenario della retorica del Patriarcato occidentale, da un lato chiediamo agli uomini di essere padri presenti e consapevoli, dall’altro li ostacoliamo con una cultura che continua a considerarli “genitori di serie B”. Dunque, paradossalmente, oltre a tutti gli svantaggi che si osservano per quanto riguarda il genere femminile, si aggiungono anche diversi aspetti critici per il genere maschile.
Esiste dunque anche una discriminazione maschile che non si ferma alla genitorialità. È più sottile, ma pervasiva: si manifesta nella difficoltà degli uomini a mostrare fragilità senza sentirsi giudicati. In una società che li vuole forti, competitivi, sempre risolutivi, ammettere di avere dei limiti o chiedere aiuto diventa un tabù. Lacrime, incertezze o semplici momenti di stanchezza vengono interpretati come segni di debolezza, un marchio da evitare a tutti i costi.
Anche nella vita domestica, molti uomini raccontano di sentirsi costantemente sotto esame. Non cucinano abbastanza bene, non organizzano con la stessa efficienza, non sono rapidi nelle faccende quotidiane. Sentendosi inadeguati, spesso si tirano indietro e finiscono per rafforzare lo stereotipo di non essere capaci o interessati.
La disparità di genere, dunque, non è mai a senso unico. Certo, il peso storico, statistico e strutturale grava soprattutto sulle donne, ma non possiamo ignorare che anche gli uomini subiscono stereotipi e limitazioni che riducono la libertà di espressione, il ruolo familiare, la dignità emotiva.
Se vogliamo davvero una società paritaria, serve un cambio di paradigma: occorrerebbe riconoscere il padre come figura pienamente genitoriale, anche nei tribunali e nelle leggi; ampliare congedi e permessi, per permettere agli uomini di essere presenti senza penalizzazioni sul lavoro; combattere lo stigma della vulnerabilità maschile, promuovendo una cultura in cui fragilità e sensibilità non siano sinonimi di debolezza; valorizzare il contributo degli uomini nella gestione familiare, anche accettando che imparino con errori e imperfezioni.
La parità non si costruisce contrapponendo i generi, ma abbattendo i muri che impediscono a ciascuno di vivere appieno il proprio ruolo, senza etichette né pregiudizi. Perché, in fondo, le battaglie delle donne e quelle degli uomini hanno un obiettivo comune: essere liberi di scegliere chi essere, senza sentirsi “inadatti” per il semplice fatto di essere nati di un genere o dell’altro.
In questo articolo avete incontrato l’avverbio “statisticamente” e la parola “statistico”. La disparità di genere intesa come il potere del Patriarcato si fonda su basi statistiche: infatti, sono maggiori le situazioni in cui le donne subiscono ingiustizie, piuttosto che quelle in cui la stessa cosa succede agli uomini. Occorre però anche ricordare che le analisi statistiche si basano su criteri stabiliti a priori da chi le effettua.
Il criterio utilizzato in questo caso è quello ritenuto saliente: la differenza di genere. Pensate quali risultati si rileverebbero se si decidesse di cambiare il criterio: subiscono più violenza o discriminazioni le persone bianche o quelle nere, le persone alte o quelle basse, le persone con i capelli ricci o quelle con i capelli lisci?
Ovviamente, questa provocazione non ha l’obiettivo di sminuire ciò che accade, ma vuole invitare chi legge a fare una riflessione più ampia: ciò che si osserva può avere dei risvolti “reali ed oggettivi”, ma spesso siamo noi stessi che, nel momento in cui studiamo o parliamo di certi fenomeni, contribuiamo a mantenerli esattamente così come sono. Nel momento in cui abbiamo a disposizione un’ipotesi di ricerca a livello psicologico e sociale, le analisi che si fanno non vanno mai a mettere in dubbio l’idea di partenza. Anzi, tendono a confermarla.
Forse è tempo di smettere di pensare solo in termini di patriarcato o matriarcato, e iniziare a parlare di una società che riconosca e combatta tutte le disparità, senza etichette né colpevoli predefiniti. Tramite questa operazione potremmo sganciarci una volta per tutte dalla logica che vede l’uomo e la donna come contrapposti, e abbracciare uno scarto di paradigma che ci faccia ragionare nei termini dell’incontro, capace di combattere tutte le disparità e le ingiustizie, piuttosto che dell’esclusione di uno o dell’altro genere.
Difficile, ma non impossibile da fare!
Dott. Roberto Miglietta, psicoterapeuta interazionista