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“Ciò che si vede dipende da come si guarda. Poiché l'osservare non è solo un ricevere, uno svelare,
ma al tempo stesso un atto creativo.”
Søren Kierkegaard
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IL PUNTO DI VISTA

Quando parliamo di squilibrio nella coppia, spesso ci affidiamo a una retorica antica e ormai stanca: quella che attribuisce ai ruoli un’origine quasi “naturale”, come se certe funzioni (chi si prende cura, chi gestisce) appartenessero spontaneamente a uno dei due sessi. È una narrazione che rassicura, facendoci credere che ciò che viviamo sia inevitabile.

Eppure, proprio questa narrazione ci impedisce di guardare la dinamica con occhi nuovi, alimentando l’inerzia.

Le asimmetrie raramente nascono da decisioni deliberate. Più spesso si insinuano attraverso automatismi: piccole abitudini tramandate, aspettative implicite, modi di funzionare che nessuno ha mai davvero interrogato.

Ci si ritrova in schemi che sembrano logici – “Tu sei più portato per questo” – ma che in realtà appartengono al versante socio-culturale, non a quello naturale.


Nelle relazioni, ciò che era funzionale può diventare una struttura rigida. Accade quando una scelta si cristallizza in un dovere, e un equilibrio temporaneo diventa l’unico possibile. La diversità tra i partner non è il problema; lo diventa la rigidità con cui quella diversità viene interpretata. Introdurre flessibilità ed elasticità aiuta a evitare che ciò che nasce come accordo si trasformi in vincolo.


Le asimmetrie diventano pesanti quando non possono più essere discusse. Quando il carico organizzativo, emotivo o pratico grava stabilmente sulla stessa persona, mentre l’altra scivola nel proprio ruolo senza accorgersene. In questi casi la relazione smette di essere un incontro tra soggetti e diventa un sistema governato da aspettative implicite. Anche chi sembra avere il ruolo più leggero finisce intrappolato nelle proprie funzioni.


Spezzare la logica dei ruoli predefiniti non significa ribaltare la relazione o puntare a una simmetria perfetta. Significa avviare un processo di interrogazione e di dubbio rispetto a ciò che sembra scontato: “Perché faccio io questa cosa? Chi ha deciso che vada così? Questa è ancora una scelta?”. È un lavoro più complesso che ridividere le mansioni domestiche.


Non è il “chi fa cosa” a cambiare davvero una relazione, ma la possibilità di rinegoziare ciò che si è cristallizzato. Quando una richiesta di cambiamento viene percepita come un’accusa, significa che il ruolo è diventato identitario, legato all’idea di sé. È qui che può emergere la resistenza: una difesa che non nasce dalla mancanza di volontà, ma dal timore di perdere una sicurezza. Riconoscerla permette di trasformare il confronto in un gesto di cura e aprire lo spazio a nuovi equilibri dinamici.


Uscire dai ruoli, o generarne di nuovi, richiede la capacità di vedere l’altro nella sua evoluzione. Ci sono asimmetrie visibili (chi gestisce i conti) e altre più sottili, legate al carico mentale invisibile: chi pensa a tutto, chi porta l’ansia organizzativa. Sono dimensioni che non compaiono nelle liste delle cose da fare, ma orientano profondamente il funzionamento relazionale.


Rivedere le asimmetrie non è un gesto di accusa, ma un atto di responsabilità relazionale. Significa riconoscere che stare insieme implica aggiustamenti continui e un margine di elasticità. L’equilibrio non sta nella divisione perfetta, ma nella disponibilità reciproca ad accettare che i ruoli possano cambiare forma, per evitare che diventino gabbie.

L’equilibrio è possibile nel momento in cui c’è spazio per cambiare forma.


Dott. Roberto Miglietta, psicoterapeuta interazionista