Il termine perfezione deriva dal latino “Perfectum”, letteralmente “ciò che è compiuto”.
Il Perfetto, etimologicamente parlando, è da intendersi come la fine di un processo dinamico, in cui non vi è più dinamicità poiché l’obiettivo è stato raggiunto, oppure poiché non vi sono più le condizioni di esistenza del movimento dinamico.
Il “Perfectum” è arrivato a destinazione, è morto.
Le tinte musicali della lingua italiana hanno permesso, filologicamente, di connotare il termine perfetto come un qualcosa di positivo e, ogni qual volta utilizziamo questo termine, è come se condividessimo questo “effetto di positività” con i nostri interlocutori.
Culturalmente esiste ciò che dovrebbe essere il percorso perfetto per ognuno di noi: nascere, essere battezzati, ricevere gli altri sacramenti, tra cui il matrimonio, fare dei figli. “Crescete e moltiplicatevi” come diceva qualcuno.
Occorre dunque seguire naturalmente un percorso prestabilito per sentirsi degli esseri umani apposto con sé stessi, possibilmente essere una coppia maschio-femmina ed avere tanti bambini da crescere. Ma culturalmente e naturalmente sono due avverbi che spesso vengono erroneamente sovrapposti. Ciò che è in natura non è detto che sia in cultura.
Ecco allora che i cari conoscenti iniziano a chiederci “Allora, quando vi sposate?” “Ancora non avete figli, occhio all’orologio biologico!”. Queste retoriche riguardano soprattutto le coppie “Dink”. Effettivamente serviva un nuovo termine a noi psicologi, visto che non abbiamo abbastanza etichette che nascono come i funghi settimanalmente. Dink sta per “Double Income No Kids”, ossia le coppie di età tra i 30 e i 40 che condividono “solo” una convivenza e hanno come progetto “solo” quello di organizzare viaggi o “al massimo” di adottare un animale domestico. Le coppie che invece decidono di sposarsi ed avere dei figli, vengono investite di aspettative sulla famiglia perfetta, stile “Mulino Bianco”, in cui regna sempre il sorriso e il buonumore e nella quale tutti i compiti genitoriali, vengono perfettamente assolti così come richiede la società.
Ma cosa sono le aspettative? Possiamo considerarle come una serie di frasi virgolettate che appartengono alla matrice culturale di riferimento, matrice dalla quale, in qualche modo, ogni individuo “pesca” ciò che circola in termini di retoriche appartenenti al senso comune e lo fa suo. Le retoriche del senso comune, in qualche modo, sono a disposizione di tutti e divengono retoriche personali.
Nel caso delle donne le frasi più ricorrenti potrebbero essere individuate in: “Una brava donna mantiene la casa pulita e in ordine”, “A differenza dell’uomo, la donna prepara la cena perfetta anche se in casa scarseggiano gli ingredienti”, “Ogni donna deve essere impeccabile esteticamente”, “La donna deve essere una perfetta moglie e un’ottima madre di famiglia, l’uomo deve concentrarsi sul lavoro”. Qui ci si sta focalizzando sulle aspettative riservate alle donne, ma anche agli uomini vengono riservati una serie di virgolettati sociali: “L’uomo deve portare lo stipendio a casa, la donna penserà alle faccende domestiche”, “L’uomo non deve essere morbido con i propri figli così come può fare la donna”, “Esiste un cervello maschile pratico e un cervello femminile empatico”, “L’uomo deve essere tutto d’un pezzo”, “L’uomo non deve necessariamente badare a come si veste in pubblico, a meno che non sia a lavoro”.
Tali retoriche, appartenenti alla matrice collettiva di senso comune, consentono di generare sentimenti di frustrazione o di mancanza di libertà nel momento in cui, ad esempio, è la donna ad uscire di casa non completamente in ordine, oppure, per qualche motivo, la stessa procrastina un compito domestico, come ad esempio non lavare i piatti subito dopo aver finito un pasto in famiglia. Oppure, nel caso contrario, un uomo si mostri troppo affettuoso con i propri figli o “addirittura” pianga in pubblico. È come se la società stabilisse, a priori, quali compiti e quali sentimenti spettano alla donna e all’uomo.
La psicologia cerca di analizzare gli aspetti critici non basandosi su giudizi o prese di posizione ed evitando gli assolutismi, per cui si invitano le lettrici e i lettori, ad immaginare i risvolti pragmatici che tali aspettative generano da ambo le parti.
Ma allora come possiamo fare per svincolarci da questo assetto socialmente costruito?
In primis, iniziare a considerare la perfezione come un costrutto appartenente a ciò che è fermo, non dinamico, non in vita, può restituirci un senso di maggiore libertà rispetto alle aspettative che ci piovono dall’alto e che, in qualche, modo facciamo nostre.
In una certa misura possiamo affermare che “In ciò che è vivo la perfezione non esiste”, se non a partire da un significato condiviso all’interno della coppia nel momento in cui si abbracciano valori di cooperazione e, pur nella differenza di genere, si compie un lavoro di squadra per mettere a disposizione le somiglianze e per rendere le differenze un punto di forza. È nell’imperfezione e nell’incertezza che i nostri percorsi di esseri umani si collocano, a prescindere dal nostro genere. Accettare questa condizione è un primo passo verso la libertà.
Il rischio però di creare un nuovo “assoluto” e una nuova “aspettativa sociale” è dietro l’angolo: l’aspettativa dell’imperfezione e dell’incertezza. E siamo punto e a capo. Ma allora come ne usciamo?
Abbandoniamo il verbo “accettare” che, al pari di metabolizzare o elaborare, è ormai un contenitore vuoto che spesso utilizziamo nei nostri discorsi, e trasformiamolo in “costruire”. Costruire una condizione basata sull’imperfezione e l’incertezza ci permette di avere meno punti di riferimento ma anche meno limiti e barriere. Donna e uomo sono diversi, ma sono queste stesse diversità che possono essere messe a disposizione l’uno dell’altra.
Come diceva il caro filosofo Karl Popper “È nella diversità e nel confronto che risiede il divenire delle idee”.
Proviamo ad oltrepassare l’idea che i progetti di coppia siano obiettivi di perfezione, ed iniziamoli a configurare come tappe di un continuum che parla del nostro essere dinamici, imperfetti, in movimento. Se ci vediamo dinamici allora abbracciamo i rischi dietro l’angolo e costruiamo una sana idea di imperfezione e di apertura del ventaglio delle possibilità. In poche parole, tutto il contrario di ciò che ci viene richiesto dalla società, tutto il contrario di ciò che è perfetto.
Dott. Roberto Miglietta, psicoterapeuta interazionista