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“Ciò che si vede dipende da come si guarda. Poiché l'osservare non è solo un ricevere, uno svelare,
ma al tempo stesso un atto creativo.”
Søren Kierkegaard
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IL PUNTO DI VISTA

Quando parliamo di maternità, spesso parliamo di un’idea condivisa, costruita nel linguaggio e nelle relazioni più che di un’esperienza individuale.

Una narrazione condivisa, socialmente accettabile, che descrive gravidanza e parto come passaggi naturalmente felici, magici, risolutivi.

Una storia lineare, rassicurante, che promette senso e pienezza e che prende forma nelle conversazioni, nei media, nelle aspettative reciproche.

Il problema non è che questa narrazione esista. Il problema è che non lascia spazio ad altri racconti, ad altri modi di stare in relazione con l’esperienza di diventare madre. Non lascia dunque spazio a ciò che non le somiglia.

La maternità reale, per molte donne, non è un evento puntuale ma un processo relazionale e dialogico. Inizia molto prima del parto e continua molto dopo. Attraversa il corpo, le relazioni, il lavoro, le aspettative sociali. Porta con sé emozioni contrastanti, spesso simultanee: gioia e paura, amore e rabbia, gratitudine e rimpianto, che emergono all’interno di contesti comunicativi specifici.

Tutte esperienze umane, ma non tutte dicibili. In questo senso, il disagio non nasce tanto dalle emozioni “negative”, quanto dal divieto implicito di nominarle.


Quando un’esperienza non trova parole condivise, tende a trasformarsi in isolamento. E quando ciò che si prova non coincide con ciò che “si dovrebbe provare”, il rischio è che venga letto come un difetto personale, invece che come una reazione comprensibile a un contesto complesso.

Le emozioni che emergono non sono eventi casuali, ma risposte a questo sistema interattivo che genera il senso che diamo alle “cose”.

L’idealizzazione della maternità produce un effetto paradossale.

Nel tentativo di celebrare, finisce per preparare poco.

 Quando il racconto dominante è fatto solo di luce, ciò che accade nell’ombra viene vissuto come inatteso, anomalo, colpevole. Le donne arrivano al parto e al dopo con aspettative che non tengono conto della fatica, della perdita di controllo, della trasformazione identitaria, della crisi della coppia, del corpo che cambia. Non perché non siano capaci di affrontarle, ma perché nessuno ha detto loro che potevano esistere.


Un altro aspetto centrale riguarda la dimensione relazionale della maternità.

La maternità, soprattutto nei primi mesi, tende a ridefinire gli equilibri all’interno della coppia. Spesso in modo silenzioso, attraverso automatismi e aspettative implicite. La vigilanza costante, il carico organizzativo, la gestione emotiva si concentrano su una sola persona, mentre l’altra può rimanere più distante da questo livello di attivazione. Non per disinteresse, ma perché il sistema relazionale lo consente, o lo dà per scontato.

Queste asimmetrie, se non riconosciute, rischiano di diventare rigide. E quando non possono essere nominate, generano frustrazione, rabbia, senso di solitudine.

Anche qui, il problema non è la differenza tra i partner, ma l’impossibilità di rinegoziare ciò che si è cristallizzato.

 

In questo contesto, emerge un tema spesso frainteso: la necessità, a volte, di mollare.

Lasciarsi andare non significa disinvestire dalla relazione o dalla maternità. Significa sospendere, anche solo temporaneamente, l’idea di dover essere sempre all’altezza. È un atto di regolazione, non di resa. Una possibilità di recuperare spazio psichico quando il sistema chiede troppo e non lascia margine.

La maternità non è fatta di coerenza emotiva, ma di dialoghi interni ed esterni, di ambivalenze che si costruiscono e si modulano nelle interazioni.

Accettarla non rende madri peggiori. Al contrario, permette di restare in contatto con sé e con l’altro, evitando che il non detto si trasformi in sofferenza muta.

Spostare lo sguardo dalla maternità ideale a quella reale non significa svalutare l’esperienza, ma restituirle complessità. Significa riconoscere che ciò che fa soffrire non è l’ambivalenza, bensì l’impossibilità di esprimerla senza sentirsi sbagliate.

 

Quando una narrazione collettiva ammette solo alcune emozioni, tutto il resto viene vissuto in solitudine. E ciò che non trova spazio nel linguaggio tende a trasformarsi in fatica, rabbia o ritiro. Non perché manchino le risorse personali, ma perché il contesto non prevede alternative al modello dominante.

Raccontare la maternità per quella che è, senza edulcorazioni, non è un atto di disincanto. È un atto di responsabilità relazionale e comunicativa.

Perché solo quando smette di essere una prova da sostenere in silenzio, può diventare un’esperienza che non isola, ma che lascia spazio al confronto, al cambiamento e alla possibilità di non dover reggere tutto da sole.


Dott. Roberto Miglietta, psicoterapeuta interazionista