Il carico mentale per le donne si riferisce alla gestione invisibile e spesso non riconosciuta di compiti domestici, familiari e organizzativi. Include pianificazione, organizzazione e supervisione di attività quotidiane, generando stress e fatica emotiva.
È un peso spesso sottovalutato, ma molto significativo, poiché può portare a situazioni di burnout, ossia uno stato di esaurimento fisico, emotivo e mentale causato proprio dal sovraffollamento delle attività quotidiane da gestire.
Le donne, in particolare le madri, sono soggette a un carico mentale elevato, in quanto non vi è una piena condivisione delle responsabilità domestiche e familiari.
Inoltre, per il senso comune, “è normale” che la donna abbia in carico tutti gli aspetti organizzativi familiari.
Se ciò poteva essere possibile un secolo fa, in cui le mansioni di uomini e donne erano statiche e ben delineate, oggi, con l’emancipazione della donna e la possibilità di avere incarichi lavorativi come gli uomini, questa realtà pesa enormemente sulle spalle di tante madri, oberate sia in ambiente lavorativo sia in ambiente domestico.
Ora proveremo a spostare la visuale rispetto al fenomeno descritto e ad adottare una prospettiva differente, che ci possa mettere nelle condizioni di iniziare a modificare la realtà così per come la conosciamo.
Sappiamo che le realtà che descriviamo tramite i discorsi che facciamo non sono indipendenti da essi: è a partire dalle formule linguistiche usate che generiamo “cose” che ci ricadono addosso come reali. La formula linguistica “carico mentale” non fa eccezione. Come dicono la psicoterapeuta Elena Faccio e lo psicoterapeuta Alessandro Salvini, quella parte di psicologia che si occupa di problemi psicologici ha bisogno di metafore, perché i suoi eventi, non essendo oggetti, appartengono sempre al campo del discorso.
Ed ecco che, per risolvere la questione del carico mentale, utilizzeremo un’altra metafora: quella dell’alleggerimento dal carico suddetto. Ma facendo ciò, non avremo spostato di un millimetro la realtà.
La questione del carico mentale percepito dalla donna si può rintracciare nel momento in cui le donne non ricevono un riconoscimento per il loro lavoro di cura e di gestione familiare. La società dà spesso per scontato che le donne siano naturalmente portate a prendersi cura degli altri, non riconoscendo lo sforzo e la fatica che questo comporta. È come se il ruolo di colei che si prende cura di qualcuno fosse tacitamente calato dall’alto, senza la possibilità di chiedersi se quel compito lo si voglia o meno.
La retorica del carico mentale apre poi la strada alla metafora del disequilibrio, come se esistesse realmente una bilancia immaginaria dove, se in una coppia un partner svolge più attività dell’altro, allora uno sarà sovraccarico, appesantito, e l’altro invece scarico, più leggero.
Come spesso accade in questo spazio, proviamo a spostarci dalle spiegazioni assolutistiche e personali per adottare un’ottica più interattiva.
Come facciamo a uscire o a spostarci dal ruolo che ci impone di essere “carichi” o “scarichi” mentalmente?
Mi viene in mente un paziente che, giorni fa, mi disse di aver comprato una casa nuova con la sua compagna e di essersi sobbarcato i lavori pratici di tutti i tipi: rifiniture degli infissi, piastrellamento, impianto elettrico. Si lamentava del fatto che la sua compagna non alzasse un dito e desse per scontato che questi lavori dovesse farli lui. Un po’ come quando, al contrario, si dà per scontato che la donna sappia stirare, l’uomo no, e dunque questo compito spetti alla prima.
Proviamo a partire da due domande inedite che potremmo fare a noi stessi o al nostro partner per scardinare i ruoli prestabiliti: In che modo puoi aiutarmi in ciò che sto svolgendo? Assodato che mi prendo cura di qualcosa e di qualcuno, in che modo poi mi prenderò cura di me o qualcuno si prenderà cura di me?
Possono sembrare due domande semplici, ma nascondono impliciti importanti.
La prima invita a un’ottica di collaborazione, intesa non come spartizione al 50%, ma come condivisione reale e flessibile delle mansioni. La seconda introduce l’idea della cura ricevuta, ovvero la possibilità di sospendere il ruolo di accudente e permettersi una pausa, ricevendo a propria volta attenzione e sostegno.
Un atto sovversivo può essere anche accettare l’imperfezione: lasciare che una camicia abbia qualche piega o che un infisso abbia il silicone messo male. Non diamo per scontato che queste mansioni appartengano naturalmente a un genere o all’altro.
Quando il partner nota qualcosa “fuori posto”, invece di cedere al confronto o alle critiche, possiamo provare a chiedere: In che modo puoi aiutarmi in ciò che sto svolgendo?
Qualunque sia la risposta, avremo iniziato a seminare l’idea di fare le cose in due. E laddove questo non sia possibile, si può avviare una riflessione su una staffetta o una gestione condivisa. Questo ci aiuterà a non cristallizzare la realtà in una dinamica in cui la donna resta sovraccarica e sola.
Così, la donna può iniziare ad assumersi la responsabilità attiva di accompagnare il partner verso una condivisione più equa. Ma accompagnare non vuol dire istruire. Anche il partner ha il dovere di rendersi conto, senza delegare la consapevolezza, diventando parte attiva nella coppia.
E non dimentichiamoci che, ogni tanto, le coppie possono affidarsi a figure esterne, prendersi una pausa, delegare alcune responsabilità.
Condividere e, quando possibile, delegare le responsabilità può sembrare un gesto semplice, ma può davvero rivoluzionare il nostro modo di stare in coppia. E ci aiuta ad abbandonare metafore che non descrivono, ma generano proprio ciò che vorremmo evitare.
Dott. Roberto Miglietta, psicoterapeuta interazionista