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“Ciò che si vede dipende da come si guarda. Poiché l'osservare non è solo un ricevere, uno svelare,
ma al tempo stesso un atto creativo.”
Søren Kierkegaard
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IL PUNTO DI VISTA

C’è un momento, spesso invisibile, in cui le traiettorie iniziano a differenziarsi. Non è una scelta esplicita, né un evento clamoroso: prende forma nelle pratiche quotidiane, nei modi in cui le persone vengono riconosciute, interpellate o messe alla prova.

È qui che si costruisce una particolare configurazione di realtà, cioè il modo concreto e condiviso in cui funzionano le cose ogni giorno: abitudini, aspettative e significati che rendono alcune possibilità naturali e altre fuori posto.

Non si tratta di regole scritte, ma di ciò che viene dato per scontato e che orienta i comportamenti senza bisogno di essere esplicitato.


Quando si parla di disparità, si cercano spesso cause evidenti, ma molte differenze nascono invece nelle interazioni, nei dettagli ripetuti che diventano normalità e che raramente vengono messi in discussione, anche perché appaiono neutrali e quindi difficili da nominare.

Accade che alcune presenze vengano date per scontate e altre no, che alcune competenze siano riconosciute subito mentre altre debbano essere continuamente dimostrate. In questi passaggi si costruisce una coerenza narrativa che tiene insieme aspettative sociali e interpretazioni individuali, rendendo alcune storie più credibili di altre. È una trama che non solo descrive la realtà, ma la produce, orientando il modo in cui le persone vengono ascoltate, credute o messe in discussione. Non è solo una questione di accesso formale, ma di riconoscimento situato: essere presenti non significa automaticamente essere considerati interlocutori legittimi.


Questa dinamica orienta silenziosamente anche le opportunità percepite e le possibilità di azione, influenzando le scelte future e il modo in cui le persone si autorizzano o meno a occupare determinati spazi, anche quando avrebbero le competenze per farlo.

Queste logiche si osservano in molti contesti: lavoro, servizi, spazi pubblici. Micro-episodi in cui la comunicazione si orienta altrove, le domande vengono rivolte ad altri, il linguaggio si adatta a un’idea predefinita di chi si ha davanti. Ripetendosi, queste situazioni stabilizzano una certa lettura della realtà e incidono anche sulla distribuzione di opportunità e responsabilità. Alcune scelte risultano più sostenibili di altre non per caratteristiche personali, ma per il contesto che le rende praticabili o meno, tra tempi, risorse e aspettative implicite che raramente vengono esplicitate ma che hanno effetti molto concreti. In questo senso, ciò che viene percepito come “scelta individuale” è spesso il risultato di condizioni che rendono alcune opzioni più accessibili di altre, limitando lo spazio di manovra senza dichiararlo apertamente.


Parlare di “partenze truccate” significa allora osservare come queste configurazioni si producono e si mantengono nel tempo. Le regole del gioco non sono fisse: si costruiscono attraverso linguaggi, abitudini ed etichette che definiscono ciò che è appropriato. Quando qualcuno si discosta da queste aspettative, spesso viene ricondotto dentro categorie già note, attraverso nomi, commenti o interpretazioni che riportano l’esperienza a qualcosa di familiare. Proprio per questo, tali configurazioni possono essere messe in discussione, anche attraverso piccoli spostamenti nelle pratiche quotidiane.


Lavorare su questi aspetti significa ampliare le possibilità di lettura e di azione, rendendo meno rigide le traiettorie e più aperto lo spazio di scelta. Non si tratta di sostituire un copione con un altro, ma di rendere visibili i processi che li sostengono, così da poterli trasformare nel tempo e costruire contesti in cui le differenze di partenza non diventino automaticamente un destino già scritto, ma una traiettoria nuova e inedita.


Dott. Roberto Miglietta, psicoterapeuta interazionista