A volte devo mettermi di grande impegno per ricordarmi quando è stata l'ultima volta che ho fatto qualcosa per me stessa senza sentirmi in colpa. E la cosa peggiore è che la maggior parte delle volte non ne ho memoria.
Mi ci sono voluti tanti anni di terapia, tanti strati tolti, di cui mi sono resa conto di essermi avvolta, solo perché realmente non sapevo come altro avrei potuto, e dovuto, fare.
A parole è una passeggiata: serve solo smettere di raccontarsi storie sulla propria vita. Quella stessa vita che mi ha risucchiata, portandomi da una parte all'altra del mondo senza darmi il tempo di capire cosa volevo costruire, perché era già ora di muovere le tende.
Poi, a un certo punto, ho capito che avrei dovuto guardare le cose attraverso un filtro diverso. Non più spinta dalla ricerca della risposta alla domanda: "Perché devono capitare tutte a me?", ma cambiando la domanda in: "Cosa mi sta dicendo tutto questo?"
L'ho capito quando ho iniziato ad ascoltare il mio corpo.
È stato una sorta di risveglio dal torpore che per anni mi aveva guidata. Mi ha messo davanti agli occhi un'evidente verità che non volevo vedere: l'ascolto è la chiave.
La terapia mi ha aiutata a sviscerare i perché e i percome. È stata dolorosa, ma poi anche balsamo per le ferite.
Ho capito, faticosamente, che non si può cancellare il dolore, ma si può trasformare.
È in questo che ho trovato il mio spazio.
Ho imparato che lo spazio per me è quello che concedo a me stessa, senza alcun senso di colpa, senza mettere più in moto il solito automatismo del dover performare per soddisfare aspettative che, magari, esistono solo nel mio sistema di valutazione.
Per chi cresce dovendo leggere gli umori altrui, cercando di essere il meno rumoroso possibile, performare diventa la normalità e ci si ritrova a essere gli attori della propria vita, senza rendersene conto.
È il corpo, se impariamo ad ascoltarlo, a parlarci di questo. Perciò ho capito l'importanza di non trascurarmi.
Lo spazio che mi concedo è un posto in cui mi sento al sicuro, in cui il mio sistema nervoso può finalmente non essere più in allerta.
È sedermi se mi sento stanca, anche se la casa è un disastro, anche se è quasi ora di cena e non ho preparato niente.
È passare qualche minuto in più seduta al tavolo a colazione, senza cellulare, assaporando ogni boccone e ogni sorso, godendomi un caffè mentre guardo fuori dalla finestra, notando tutto, ascoltando i suoni del mattino.
È fare una piccola passeggiata, anche se il mondo corre.
Non importa se, ogni tanto, il senso di colpa bussa ancora alla mia porta: ho sperimentato che, se non rispondo, se ne andrà e mi accorgerò che nessuno ne sarà stato danneggiato.
A volte penso che sia tutto molto complicato. Le ansie che proviamo sono reali, le incombenze della vita e della famiglia lo sono altrettanto. Ci sono e basta.
Ma lo spazio che ci concediamo senza sensi di colpa è l'unico momento di vita vera, perché è lì che facciamo una scelta, è lì che siamo davvero presenti ed è lì che, anche solo per un momento, passato e futuro non esistono.
Erika