Io sono l’uomo di casa.
O almeno, così sembra voler dire la società quando prova a etichettarci: io “quella che porta i pantaloni”, mio marito “il mammo”. Eppure, per molto tempo ho pensato che la nostra fosse semplicemente una forma diversa di equilibrio. Io con una carriera che mi porta spesso a lavorare fino alle 20.00, a volte anche nei weekend; lui con un part time che gli permette di stare più vicino a nostro figlio.
Quando è nato Giulio mi sono detta che eravamo fortunati: il lavoro di mio marito ci avrebbe aiutati a gestire la quotidianità senza che io dovessi rinunciare a ciò che avevo costruito.
Amo mio figlio, ma amo anche il mio lavoro. Ho un ruolo di responsabilità e richiede presenza, energia, tempo. Non ho dovuto scegliere tra essere madre e continuare a crescere professionalmente, e questo per me ha sempre avuto un grande valore.
Poi però, nelle piccole cose, qualcosa ha iniziato a stonare. Alle riunioni scolastiche, alle visite dal pediatra, dopo le prime volte in cui non riuscivo ad esserci, a mio marito hanno cominciato a chiedere: “Come mai lo accompagna lei? La mamma dov’è?”. Una domanda ripetuta, quasi automatica, come se la presenza del padre fosse un’eccezione da spiegare.
Col tempo quelle frasi sono diventate uno sfondo costante. Sguardi pieni di compassione per lui, come se stesse sopperendo a una mancanza, e giudizi silenziosi rivolti a me, anche quando non ero lì.
E quei giudizi arrivano comunque, precisi, come frecce tra le scapole.
Perché sì, mi pesa tornare a casa e trovare mio figlio già addormentato, o perdermi qualche risveglio al mattino.
Ma il nostro equilibrio non nasce dall’assenza di qualcuno: nasce da una scelta condivisa.
Io non sono “l’uomo di casa” e mio marito non è un mammo. È semplicemente un padre presente, e io una madre che lavora.
Funziona per noi, e nessuno viene trascurato.
Forse il vero problema è che, quando i ruoli non seguono il copione previsto, c’è sempre qualcuno che prova a riscriverli al posto tuo.
Gianna