La prima volta che mi sono sentita una madre a metà?
In sala parto. Quando, dopo cinque ore di contrazioni mortali, ho chiesto (ho urlato) l’epidurale ad un’ostetrica con lo sguardo da campo militare. Mentre me la somministravano, ho sentito una delle due dire sottovoce: “Un’altra che non regge il dolore.” Ecco. Un classico!
Poi è nato mio figlio. Dopo ore di travaglio, induzione e infine cesareo d’urgenza. Il momento più bello della vita di una donna giusto? Guai a dire il contrario!
Quando mi hanno riportato in camera ero stremata, sopraffatta, debilitata. Ma mi hanno subito detto che avrei dovuto allattare “altrimenti poi non si attacca più” (manco fosse un paguro).
Io ci ho provato, lo giuro, ma non sono riuscita.
Avevo dolore. Il bimbo si dimenava affamato perché usciva poco latte e così è stato anche nei giorni successivi.
Non ero lucia. Il latte non c’era o era troppo poco.
L’ho tirato, stimolato, maledetto. Niente.
Alla fine, biberon. Formula.
“Ma hai provato con il contatto pelle a pelle?”
“Sicura di mangiare abbastanza?”
“Magari se ti rilassi esce.”
Sì. Magari se mi rilasso. Magari se non avessi tutte queste voci addosso.
Nel gruppo mamme al parco, la prima cosa che mi hanno chiesto non è stato il nome del mio bambino. È stato: “Lo allatti?”
Una domanda che nasconde il giudizio prima ancora di essere pronunciata.
Ho risposto “No” e il silenzio che ne è seguito ha avuto più giudizio di qualsiasi frase.
Come se il mio essere madre fosse legato solo a quello.
Non allatto, ho chiesto l’epidurale, ho partorito con un cesareo. In pratica, non sono una madre. O comunque non sarò mai una madre completa secondo chi mi giudica.
Il commento che mi ha sempre ferita di più è stato sentirmi dire che “non allattando non ho creato un vero legame” e che con il cesareo “non ho vissuto il parto fino in fondo”.
Certe parole fanno male. Anche quando sai che non è così.
Cinzia