Sono tornata al lavoro a sei mesi esatti dal parto.
Lo so, avrei potuto restare a casa più a lungo. Me l’hanno detto tutti. Ma non è stata una necessità. Non è stata una scelta imposta.
È stata una mia scelta. L’ho voluto io, il rientro. E, a quanto pare, questo mi rende una madre peggiore.
Mi sono sentita dire dalle mie colleghe e perfino dal mio capo, che avrei potuto prendermela più con calma. Mia madre, poi, non ne parliamo. Non ha fatto altro che ripetere che avrei dovuto godermi di più il bambino, che il tempo vola, che cresce una volta sola. Molte delle mie amiche, madri anche loro, sono rientrate solo part time o non sono mai più tornate al lavoro. E tutte, più o meno apertamente, mi hanno giudicata. Come se tornare al lavoro fosse stata una scelta da “servizi sociali”.
È vero: il primo giorno che ho portato mio figlio al nido, così piccolino, mi sono sentita in colpa.
E come accade a tante, ho pianto dopo averlo lasciato. Ma cos’è che mi rende un mostro?
Il fatto che, appena entrata in ufficio, mi sono sentita rinascere.
Mi mancava il mio lavoro. Mi mancava il mio ruolo, il mio cervello, la pausa caffè.
Mi mancava avere qualcosa da dire che non riguardasse il sonno, la cacca o i millilitri di latte (anche se, ovviamente, chiunque mi incontrava mi chiedeva solo di mio figlio.)
Io sono ancora io.
Mi vedete? Non sono solo “quella che ha avuto un figlio”. Sono Francesca, la stessa persona di prima. Solo con qualche chilo in più.
Sembra che per molti, diventare madre debba essere per forza il traguardo. Il senso ultimo. Il completamento. Ma per me no. Avere un figlio è stato travolgente, trasformativo, bellissimo.
Ma non mi ha completata. Non mi è bastato.
Amo il mio lavoro. Lo faccio bene. Volevo tornare. Per sentirmi viva. Per ritrovarmi.
Per ricordarmi che sono anche altro, oltre a una madre che cambia pannolini e allatta.
Ecco perché sono tornata subito. E, un pezzo alla volta, ho sentito riaffiorare la mia vera me stessa.
Credo davvero che questo non mi renda una madre di serie B. Anzi: mi permette di tornare a casa, la sera, dopo la soddisfazione e la stanchezza del lavoro, con il desiderio autentico di stare con mio figlio.
Lo so, per molti continuerò a essere una cattiva madre.
Perché per una donna, amare il proprio lavoro più della “comoda maternità”, è ancora considerato una violazione del suo stato naturale.
Ma non mi importa.
Forse sarò una madre di serie B. Ma almeno, posso dire di essere ancora me stessa.
Francesca