C’è una bellissima canzone con una frase che mi torna sempre in mente quando sento le donne lamentarsi del fatto di non avere mai uno spazio tutto per sé. La frase dice: “I need a little room to breathe.” Secondo me è un’immagine chiarissima. Semplice, diretta. Spiega perfettamente come si sente una donna nel suo costante ruolo di moglie, madre, compagna, donna perfetta.
Indispensabile. Insostituibile. Sempre presente. Sempre richiesta.
L’altra immagine che mi trasmette questa frase è quella di una donna che, una volta raggiunto l’esaurimento, non ha più bisogno di quella piccola stanza per respirare, ma per urlare.
Urlare a squarciagola. Senza un cuscino premuto sulla bocca. Urlare per riprendersi il proprio spazio.
Una donna, ancora oggi, all’interno della nostra società è il punto di riferimento. Il pilastro. Un essere multitasking che soddisfa bisogni, risolve problemi e si mette sempre all’ultimo posto.
Addirittura, mi viene in mente che, in molti contesti, una donna, quando diventa madre, smette perfino di essere chiamata con il proprio nome e diventa semplicemente "mamma". In ospedale. Dal pediatra. All’asilo.
Perdiamo progressivamente una parte della nostra identità in funzione di un ruolo.
E non è qualcosa che accade soltanto con la maternità. Succede un po’ in tutto il percorso della nostra vita.
Diventiamo quella che cucina.
Quella che organizza.
Quella che gestisce la casa.
Quella che ricorda le scadenze.
Quella che tiene insieme i pezzi.
E tutte queste responsabilità, questo avere la mente costantemente attiva, accesa, proiettata verso il domani, verso il prossimo compito della nostra infinita to do list, finiscono per costruire piccoli muri.
Un mattone alla volta. Un pensiero alla volta.Un'incombenza alla volta.
Muri che si stringono sempre di più intorno a noi, riducendo lentamente il nostro spazio vitale.
Mentale, fisico, emotivo. Fino quasi a farci soffocare.
E allora iniziano le solite frasi. "Sei sempre nervosa.", “Non ti va mai bene niente.", "Ti lamenti troppo."
Perché quello spazio diventato ormai troppo piccolo ci sta togliendo letteralmente l’aria.
E se iniziassimo a impiegare le nostre forze e le nostre energie non per essere sempre produttive, efficienti e disponibili, ma per spingere quelle pareti sempre più lontano?
Sempre più lontano da noi. Fino a ritrovare uno spazio libero.
Vuoto.
Nostro.
Come sarebbe respirare quell’aria che ci è mancata per così tanto tempo?
È come quando sei sott’acqua e trattieni il fiato. Sai che l’ossigeno sta per finire, Ma continui a nuotare.
Ancora un po'. Ancora un metro. Ancora qualche secondo.
Finché non riemergi.
E allora arriva quella prima, enorme, liberatoria boccata d’aria.
Quella che ti fa capire quanto ti stavi sforzando per resistere.
E se trattenessimo il fiato così a lungo da dimenticarci come si fa a respirare?
#JustBreathing