Avete notato che quando ci si trova in un ospedale, in un laboratorio o in qualunque ambiente sanitario, se a indossare il camice è un uomo scatta automatico il “mi scusi Dottore”, mentre se a portarlo è una donna, soprattutto se giovane o tirocinante, diventa subito “signora” o “signorina”?
E questo a prescindere dai titoli, dal contesto o da qualsiasi forma di logica condivisa.
Lo stesso copione si ripete altrove.
Se una donna entra da Bricoman, sì proprio Brico Man e non Brico Woman, per comprare un avvitatore o un martello, ecco che il commesso attiva la modalità spiegazione semplificata. Frasi lente, metafore creative, oggetti ribattezzati con nomi più “comprensibili”, perché evidentemente una presa shuko detta così suona troppo impegnativa per chi, si sa, dovrebbe occuparsi di altro.
Scene simili si vedono spesso anche in concessionaria: una coppia entra per scegliere un’auto per lei, ma il venditore continua a rivolgersi all’uomo anche quando è la donna a fare le domande.
Come se la cliente fosse un dettaglio secondario, un optional incluso nel prezzo ma non degno di una risposta diretta.
Perché sì, noi donne al massimo mettiamo benzina ogni tanto, mica possiamo parlare di cilindrata o consumi.
Curioso però che il contrario accada raramente.
Nella società di oggi un uomo può andare dall’estetista e richiedere qualunque trattamento lo renda liscio come il sedere di un bambino e nessuno avrà nulla da obiettare.
Può entrare in un negozio di cucina e ricevere consigli dettagliati. Perché viene visto come uno chef, non come qualcuno alle prese con stoviglie e quotidianità.
La verità è che non importa quanti titoli tu abbia, quanto tu abbia studiato o quante mensole tu abbia montato meglio di chiunque altro.
Puoi indossare un camice, una divisa o avere una passione per motori e bricolage: se sei una donna, la tua competenza passerà sempre in secondo piano.
E sì, avrai sempre un esame in più da superare.
#CallMeDoctor