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“Ciò che si vede dipende da come si guarda. Poiché l'osservare non è solo un ricevere, uno svelare,
ma al tempo stesso un atto creativo.”
Søren Kierkegaard
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IL PUNTO DI VISTA

Diventare adulti significa anche scoprire, prima o poi, che una parte di ciò che siamo nasce da persone che ci hanno preceduto. Non soltanto dalle loro parole o dai loro insegnamenti espliciti, ma soprattutto dai significati che abbiamo imparato ad attribuire a noi stessi, agli altri e ai ruoli che occupiamo.

È un'eredità che non si presenta sempre in modo evidente: può essere contenuta in una frase ripetuta per anni, in un comportamento osservato durante l'infanzia, in un'aspettativa mai dichiarata o persino in ciò che, nella nostra famiglia, non veniva mai nominato.


Fin dall'infanzia impariamo infatti a guardarci anche attraverso gli occhi delle persone importanti per noi. Il bambino non riceve soltanto indicazioni su ciò che deve o non deve fare: attraverso le reazioni degli altri impara progressivamente anche chi pensa di essere. Un complimento, una critica, un'espressione di disapprovazione o un gesto di affetto possono diventare elementi attraverso i quali costruisce un'immagine di sé. Nel tempo, quelle immagini possono trasformarsi in convinzioni più profonde: “devo essere bravo”, “non devo pesare sugli altri”, “devo essere forte”, “una buona madre mette sempre i figli al primo posto”, “sbagliare significa non essere abbastanza”.


Nel senso comune, ciò che viene detto può assumere statuto di realtà indipendentemente dai presupposti da cui si parte. “Devo essere forte” e “Una buona madre mette sempre i figli al primo posto” diventano dunque realtà universali e imprescindibili, difficili da scardinare. Affermazioni nate all'interno di una determinata storia familiare e culturale possono così finire per essere percepite come verità assolute, anziché come uno dei possibili modi di interpretare la realtà.

In questo processo di costruzione di realtà narrative, le interazioni quotidiane hanno un ruolo importante, perché contribuiscono a dare forma al significato che attribuiamo alle nostre esperienze e alle nostre relazioni.


Questi significati non rimangono confinati all'infanzia. Possono accompagnarci quando cambiamo posizione nella vita e assumiamo nuovi ruoli: diventiamo partner, genitori, figli adulti, nonni. Ed è proprio in questi passaggi che ciò che abbiamo interiorizzato può tornare a farsi sentire con particolare intensità.

Diventare genitori, per esempio, può mettere in movimento tutto ciò che abbiamo imparato sulla cura, sull'autorità, sulla responsabilità e sull'amore. Possiamo ritrovarci a ripetere una frase che avevamo giurato di non pronunciare mai, oppure accorgerci di reagire a un comportamento di nostro figlio proprio come avrebbe fatto nostra madre o nostro padre. In altri casi può accadere il contrario: davanti a una situazione familiare, scegliamo consapevolmente di comportarci in modo diverso perché sappiamo quanto, in passato, una determinata modalità ci abbia fatto stare male.

In entrambi i casi, il passato continua a essere presente, ma non necessariamente come una condanna.


A volte riproduciamo comportamenti che avevamo deciso di evitare. Non necessariamente perché siamo incapaci di cambiare, ma perché alcuni modi di interpretare le relazioni sono diventati familiari, quasi automatici. Ciò che abbiamo visto e sperimentato molte volte può diventare una sorta di repertorio al quale attingiamo soprattutto nei momenti di maggiore stanchezza, pressione o difficoltà.

Altre volte, invece, proprio la consapevolezza di questo meccanismo apre una possibilità diversa. Possiamo riconoscere una frase come “la voce” di qualcuno che ci ha preceduto senza confonderla con la nostra. Possiamo “parlare quella frase” e non “farci parlare da essa”. Possiamo accorgerci che un'idea sulla maternità, sulla paternità, sul lavoro, sulla coppia o sul modo corretto di crescere un figlio appartiene a una determinata storia e a determinate condizioni di vita. E possiamo quindi chiederci se quella stessa idea sia ancora adatta alla nostra realtà.


Anche il conflitto tra generazioni può essere letto in questa prospettiva. Quando un genitore giudica il modo in cui il figlio, ormai adulto, esercita il proprio ruolo genitoriale, può entrare in gioco una diversa definizione di ciò che significa essere un “buon genitore”. Ogni generazione costruisce infatti i propri significati all'interno delle condizioni sociali, economiche e culturali in cui vive.

Per alcune generazioni la disponibilità della famiglia allargata poteva rendere più semplice la gestione quotidiana dei figli. Per altre, il sostegno può essere meno accessibile e il ricorso a servizi esterni, babysitter o altre forme di aiuto può diventare parte ordinaria dell'organizzazione familiare. Anche il rapporto con il tempo personale può assumere significati differenti: ciò che un tempo veniva interpretato come rinuncia necessaria, oggi può essere considerato una componente importante dell'equilibrio individuale e familiare.


Non si tratta allora di stabilire quale generazione abbia ragione, ma di comprendere che ogni modello nasce all'interno di un determinato contesto e che trasferirlo automaticamente nel presente può produrre incomprensioni.

L'eredità familiare, inoltre, non è composta soltanto dagli aspetti che vorremmo modificare. Comprende anche ciò che abbiamo ricevuto di prezioso. Può essere una particolare sensibilità, il senso dell'umorismo, la capacità di prendersi cura degli altri, una passione, un modo di affrontare le difficoltà, la memoria di una persona che ci ha fatto sentire accolti.

Per questo prendere le distanze non significa necessariamente rifiutare. Possiamo riconoscere il valore di ciò che abbiamo ricevuto senza sentirci obbligati a riprodurlo integralmente. Allo stesso modo, possiamo riconoscere i limiti di un modello senza trasformare chi ce lo ha trasmesso in un colpevole assoluto. Le persone agiscono all'interno delle possibilità che hanno avuto, delle conoscenze disponibili e delle condizioni del loro tempo.


La domanda forse più utile, allora, non è “da chi ho preso questo comportamento?”, ma “che significato ha oggi per me?”. “Cosa posso farmene?”. Sono domande che spostano l'attenzione dalla semplice origine di un comportamento alla possibilità di attribuirgli un senso nuovo.

Crescere significa anche questo: osservare ciò che abbiamo ricevuto, distinguere ciò che vogliamo conservare da ciò che non ci rappresenta più e accettare che la nostra storia possa continuare senza essere semplicemente ripetuta.

In fondo, tra una generazione e l'altra non passa soltanto un insieme di regole. Passano possibilità. Alcune vengono accolte, altre trasformate, altre ancora lasciate andare. E forse il modo più concreto per interrompere una trasmissione inconsapevole non consiste nel promettere di essere diversi, ma nel fermarsi, riconoscere ciò che sta accadendo e, nella quotidianità, provare una risposta nuova. A volte può bastare cominciare proprio da lì: ascoltare prima di giudicare, chiedere invece di presumere, offrire aiuto quando serve e lasciare a chi viene dopo la libertà di costruire il proprio modo di essere.


Dott. Roberto Miglietta, psicoterapeuta interazionista