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“Di tutte le cose che le donne possono fare nel mondo, parlare è ancora considerata la più sovversiva”.
M. Murgia
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Oggi, pensando al burnout materno, mi è tornato in mente un film. E una scena in particolare.

Una scena potentissima, che credo rappresenti metaforicamente in modo quasi perfetto il senso di devastazione, impotenza e, infine, di resa di una donna, di una madre, di fronte alla sopraffazione degli eventi.

Il film è Saving Mr. Banks. Se non lo conoscete, vedetelo: è davvero bellissimo.

In questa scena la madre della protagonista è distrutta, devastata, esausta. È notte. In vestaglia esce di casa, raggiunge un fiume e si immerge. Avanza. Continua ad avanzare senza curarsi di quello che ha intorno, determinata, sicura, ignorando perfino la figlia che la segue sgomenta.

È una donna, una madre e una moglie, in questo caso di un marito alcolizzato, che non vede più alcuna via d’uscita se non quella di togliersi la vita.

E torna in sé solo quando sente la figlia che, nel tentativo di seguirla e fermarla invocando «Madre, madre», rischia di affogare prima di lei.

In quel momento ecco che scatta di nuovo qualcosa.

L’istinto di madre sopra sé stessa, sopra ogni cosa. E così torna indietro.

La scena, oltre a commuovermi, mi tocca particolarmente perché da un lato vedo questa donna che avanza nell’acqua in camicia da notte senza alcuna esitazione né paura.

L’idea della morte non è qualcosa che la spaventa, ma un sollievo. L’unica via possibile.

Ed è forse proprio questo che mi ha fatto pensare al burnout.

Non al semplice essere stanche. Non alla giornata in cui non ne possiamo più e vorremmo soltanto che tutti ci lasciassero in pace.

Ma a quel consumarsi lentamente, giorno dopo giorno, continuando comunque a fare tutto quello che dobbiamo fare. Continuando a occuparci degli altri, a esserci, a reggere tutto.

Fino a quando non riusciamo più nemmeno a riconoscerci.

Dall’altro lato, in quella scena, c’è quella donna che torna improvvisamente in sé. Che torna indietro. Nonostante sappia perfettamente cosa l’aspetta sulla riva.

Perché niente è cambiato.

Suo marito è sempre lo stesso. La sua vita è sempre la stessa. Tutto quello che l’ha portata fin dentro quell’acqua è ancora lì.

Ma sua figlia è in pericolo.

Ed ecco che emerge chiaramente il dualismo dell’essere madre.

Un amore immenso, desiderato, che nello stesso tempo può farci desiderare di andare via. Di scomparire. Per davvero.

Perché il burnout non arriva necessariamente con un grande crollo improvviso. A volte arriva piano.

Quando essere esauste diventa normale.

Quando non avere più spazio per noi diventa scontato.

Quando sentirci al limite diventa normale.

Quando tutti continuano a vederci funzionare e quindi pensano che vada tutto bene.

Finché non va più bene per niente.

E allora cosa serve davvero? Cosa può permetterci di tornare a riva non per necessità, ma per scelta?

Un compagno presente, un padre partecipe. Ma anche una società che non dia per scontato che una madre debba semplicemente farcela. Una rete di sostegno economico e psicologico che intervenga prima che quella donna arrivi al limite.

Sostegno. Supporto. Incoraggiamento. Gratitudine.

Questi sono i salvagenti di cui abbiamo bisogno.

E a chi pensa ancora: «Hai voluto la bicicletta? Adesso pedala», diciamo molto elegantemente che questa bicicletta è un tandem. E si pedala in due.


#Sinking