Il burnout è come l'usura di un macchinario: arriva lenta, dopo anni di uso continuo, con qualche piccola sporadica manutenzione per evitare il tracollo che, inevitabilmente, arriverà. Ma noi non siamo macchinari. Siamo quelle sempre disponibili e disposte anche quando dentro tutto grida di no, siamo quelle presenti qualunque cosa accada, non importa se abbiamo la febbre alta, siamo quelle che “si certo l'appuntamento di oggi non era importante, posso rimandarlo”, oppure “d'accordo la doccia posso farla quando tutti dormono, meglio se la fai tu mentre io cucino...”.
La verità è che quando sta per arrivare il tracollo, se conosci il tuo corpo i segnali li percepisci chiaramente, ma spesso rimandi anche quelli perché non c'è tempo. La scorsa settimana ho avuto la febbre e, non mi vergogno di dirlo, ho sperato per giorni che mi venisse, per poter stare a letto senza dovermi giustificare né sentirmi in difetto per non aver pensato alla spesa, ai pranzi, alle cene, a miei figli, al cane e alle lavatrici. E soprattutto perché spero sempre che vivere lo stesso carico per alcuni giorni possa far capire come mi sento e quanto possa essere dura occuparsi di tutto. Ma ripetere un gesto meccanicamente, per averlo visto fare, seguendo magari delle istruzioni (basta dirlo no??) senza comprendere il lavoro di preparazione che c'è dietro, non è sufficiente a far sì che il messaggio arrivi. Infondo, spesso, siamo anche quelle che si occupano della gestione della casa, che sanno quando è ora di comprare il detersivo, di cambiare gli asciugamani, di prendere un nuovo paio di scarpe perché quello dell'anno scorso non va più bene.
A volte sento su di me quello sguardo che dice “quanto sei drammatica, ti lamenti e basta”. Vorrei rispondere che si, è vero, mi lamento spesso, forse sempre, ma è una stanchezza talmente profonda e viscerale, che non so come guarire, che poi, per la stanchezza non era sufficiente dormire?
Ma è solo uno sguardo, no? Nessuno l'ha detto, nessuno lo pensa, giusto? E allora perché te la prendi tanto? Me la prendo perché se uscissero quelle parole, almeno avrei il diritto di rispondere, di urlare la mia rabbia a pieni polmoni senza ricevere in cambio l'ennesimo sguardo di compatimento che, senza dire niente, dice sempre tutto.
È così comodo osservare in silenzio, giudicare in silenzio e, sempre in silenzio, prendersi tutto lo spazio.
Finché nessuno dice niente, funziona benissimo e si va avanti così.
Fino alla prossima manutenzione.
Erika