Se dico burnout, a cosa pensate?
Alle madri che “non ce la fanno”? Alle donne sempre arrabbiate, nervose, esauste per chissà quale ragione? Alle cosiddette isteriche? Forse il problema non è soltanto quanto parliamo di burnout, ma come ne parliamo. Perché troppo spesso, dietro quello che viene liquidato come un difetto di carattere, c’è qualcosa di molto più complesso.
Oggi, allora, proviamo a capire meglio di cosa si tratta e perché è fondamentale poterne parlare senza tabù. Il termine burnout deriva dall’inglese to burn out, bruciare fino a spegnersi.
Una metafora perfetta, cruda e drammatica: la fiamma che non ha più carburante, ma che nessuno si prende la briga di spegnere.
Secondo l’OMS, il burnout è una sindrome legata allo stress cronico sul lavoro. Giusto. Ma chiariamo: “lavoro” non è solo quello retribuito. Per le donne significa anche e soprattutto lavoro invisibile. Quel carico mentale infinito che tiene insieme case, famiglie, scadenze, bambini, genitori, liste della spesa, armadi da cambiare, dentisti da chiamare, compleanni da ricordare. Il tutto condito, magari, anche da un impiego retribuito, con busta paga e capo sopra la testa.
Il burnout non piomba addosso all’improvviso. È uno stillicidio lento e costante: un piatto in più lasciato nel lavandino, l’ennesimo “ci pensi tu?”, l’aspettativa sociale che certi compiti spettino naturalmente alla donna perché è “più portata”, “più organizzata”, “più abituata”. Tutto normale, finché un giorno non ti ritrovi a non riconoscerti più.
Il problema è che di burnout legato alla gravidanza, parto e maternità si parla ancora troppo poco e, quando se ne parla, non sempre lo si riconosce per quello che è. Perché guai a dire che la maternità possa logorare, guai a mettere in discussione il dogma della donna felice e grata solo perché ha figli.
E così, invece di riconoscere l’esaurimento, lo travestiamo da difetto di carattere: lunatiche, isteriche, esaurite. Etichette facili, che nascondono una verità scomoda.
La verità è semplice: anche le donne, nonostante il multitasking e le doti di resistenza che ci appiccicano addosso come medaglie, si spezzano.
E si spezzano davvero.
E quando succede, non sempre si torna indietro.
Il burnout non è un fallimento personale: è il fallimento di un sistema che pretende sempre e tutto da te. Non basta imparare a dire no: serve che gli altri smettano di pretendere sì.
E se qualcuno ha ancora il coraggio di chiamarci isteriche, facciamogli notare che l’unica cosa che è rimasta da bruciare è lo stereotipo della donna perfetta.
Che non ci appartiene più.
E, forse, non ci è mai appartenuto.
#Burnout