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“Di tutte le cose che le donne possono fare nel mondo, parlare è ancora considerata la più sovversiva”.
M. Murgia
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Sono sempre stato molto legato a mio nonno. Non perché i miei non ci fossero, ma perché con lui c’era qualcosa di diverso: niente scadenze, niente orari, e soprattutto quell’affetto e quella sensibilità che da mio padre non ho mai ricevuto. Con mio nonno ho imparato che si può perdere tempo senza colpa: un gelato alle quattro del pomeriggio, una partita a carte, o guardare insieme i cartoni animati aspettando che i miei venissero a prendermi.

Mio padre invece era diverso. Non era cattivo, né assente, ma non era mai tenero. Non c’erano abbracci, non c’erano carezze. Quando “giocava” con me, in realtà insegnava. Doveva sempre correggere, aggiungere, mostrare il modo giusto di fare. Nessun “bravo”, nessun “va bene così”. Solo il silenzio o un’altra lezione. Crescendo ho capito che non lo faceva con cattiveria, era convinto di spronarmi, di fortificarmi. Ma il risultato è stato diverso: una costante insicurezza, il bisogno continuo di conferme, e soprattutto l’idea che un uomo non dovesse mai essere fragile.

Con mio nonno era tutto il contrario. Con lui mi sentivo libero, accettato, visto. Non pretendeva che fossi il migliore, era il primo a ridere dei miei errori, a trasformarli in gioco.

Oggi che sono padre, mi scopro a oscillare tra questi due modelli. A volte sento uscire dalla mia bocca le stesse frasi di mio padre: “Non basta, puoi fare meglio.” E subito dopo mi sale la rabbia: non volevo essere così, non volevo passare questo retaggio a mio figlio.

Così mi ritrovo sospeso tra queste due voci. Quella di mio padre, che mi spinge a correggere, a trattenere la tenerezza.

E quella di mio nonno, che invece mi ricorda che amare può essere semplice.

Quello che ho capito è che certi ruoli si attaccano addosso come radici che ti avvolgono.

Non sempre riesco a spezzarle.

Ma almeno so che non devo lasciarmi soffocare.


Simone